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 Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - Parte II

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Franciscus_bergoglio
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MessageSujet: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - Parte II   Jeu 8 Aoû 2013 - 9:35

Libro delle Virtù

Libro 1. Il mito Aristotelico


-> La Preistoria

Capitolo I - Oanilonia
Capitolo II - Il lavoro
Capitolo III - L'accidia
Capitolo IV - I peccati
Capitolo V - Il re del peccato
Capitolo VI - La punizione
Capitolo  VII - L'esodo
Capitolo VIII - Il paganesimo

La Preistoria

La Preistoria - Capitolo I: Oanilonia

Gli uomini erano ormai i figli di Dio. Di conseguenza, essi erano ora dotati di un'anima e sarebbero stati giudicati alla fine dei tempi in funzione della loro pratica della virtù. Inoltre, essi erano ora votati a lavorare per assicurarsi il sostentamento. Le altre creature della creazione, esclusa quella a cui l'Altissimo non aveva dato un nome, erano loro sottomesse. Gli umani potevano quindi coltivarle e allevarle per cibarsene.

Dio non intervenne più nel mondo, permettendo ai Suoi figli di vivere e prosperare. Aveva offerto alla creatura a cui non aveva dato un nome la libertà di tentarli affinchè dovessero scegliere tra la via della virtù e quella del peccato. Essendo onnisciente, sapeva già quale sarebbe stato il loro avvenire, ma voleva che spettasse a loro dimostrare il loro valore, senza giudicarli in anticipo.

Oane, colui che aveva risposto correttamente a Dio, era ora passato dalla condizione di semplice in spirito della comunità a quella di guida della comunità stessa. Non si lamentava dell''incarico. Li condusse attraverso il mondo per trovare un luogo propizio al loro sviluppo. Attraversarono per anni deserti, montagne e pianure di tutto il mondo. Oane s'indeboliva nel corso di tale viaggio, ma non si arrese mai.

Alla fine venne il giorno in cui trovarono una valle propizia al loro insediamento. Vi era un lago che pareva abbondare di pesci. I vasti spazi erano propizi all'allevamento e all'agricoltura. Le foreste vicine avrebbero fornito legname. Vi era persino un frutteto in cui crescevano numerosi alberi da frutto. La valle si trovava ai piedi di una montagna, da cui minerali come oro, il ferro o il carbone potevano essere estratti.

Oane era felice che la sua ricerca fosse infine giunta al termine. Stava ammirando la distesa con lo sguardo quando cadde in terra. Tutti si raccolsero intorno a lui per aiutarlo. Qualcuno tentò di tenerlo in posizione seduta, ma a tutti era chiaro che era giunto agli ultimi istanti della sua vita. Ma, nonostante la tragicità dell'evento, mentre tutti erano attoniti, Oane sfoggiava un sorriso pieno di serenità.

Disse: "Non abbiate paura, poiché la mia morte è solo un passaggio per unirmi a Dio. Ho raggiunto il luogo che Dio mi ha assegnato nel mondo e ho compiuto quello che si aspettava da me. La morte non è per me la perdita della vita ma il passaggio verso un'altra di gran lunga migliore. Sarà così anche per voi se saprete vivere nella virtù. Dunque le vostre lacrime non siano di tristezza ma di gioia, poiché l'Altissimo mi fa il più bello dei regali. AmateLo e Lui vi amerà. AdorateLo e Lui vi benedirà. Vivete nella virtù e Lui vi accoglierà al Suo fianco."

Quindi esalò il suo ultimo respiro. E tutti si guardarono l'un l'altro, senza capire la serenità che ancora si mostrava sul viso della loro guida. Seppellirono il suo corpo in mezzo alla valle, dove avrebbero vissuto a partire da quel momento. Fecero un giuramento: ogni settimana si sarebbero riuniti intorno alla sua tomba, perché li accompagnasse e li guidasse quando avrebbero reso omaggio a Dio.

Ma nessuno comprese come l'amore che Oane provava per Dio potesse fargli accettare la morte con tanta serenità. Nessuno voleva tuttavia fargli la minima critica, a lui che tanto aveva fatto per loro. In omaggio alla sua vita al servizio degli uomini e di Dio, decisero di chiamare la città che avrebbero costruito Oanilonia, "la città di Oane".

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MessageSujet: Re: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - Parte II   Jeu 8 Aoû 2013 - 9:37

La Preistoria - Capitolo II: Il lavoro

Col lavoro svolto dal tempo, gli uomini e le donne divennero sempre più numerosi, conservando il loro amore per Dio e scacciando nell’ombra la Creatura senza nome. Quest’ultima alimentava ogni giorno di più la sua amarezza e la sua collera verso quel popolo tanto amato da Dio, che le aveva tolto il ruolo di regina della Creazione. Gli uomini e le donne vivevano spensierati, mentre nell’ombra il loro nemico preparava la sua vendetta.

Dio aveva ordinato agli uomini e alle donne di lavorare per assicurarsi il sostentamento. Questo duro lavoro li allontanava così dall’accidia. E gli uomini e le donne sapevano essere inventivi, poiché Dio li aveva concepiti così. Raccoglievano quello che Lui aveva messo per loro nella natura. Si misero a controllare tali risorse per assicurarsi il loro sostentamento e la loro vita non poté risultare che migliore.

Presero il grano che cresceva in natura e lo coltivarono nei loro campi. Il mugnaio trasformò il grano in farina nel suo mulino. Il panettiere la cosse nel suo forno per fare il pane. Presero il mais che cresceva in natura e lo coltivarono nei loro campi. Presero le verdure che crescevano in natura e le coltivarono nei loro orti. Colsero i frutti che si trovavano su certi alberi e poterono così nutrirsene. Il piacere fornito dalle verdure e dai frutti li rendeva più piacevoli da frequentare.

Pescarono il pesce dal mare, dai fiumi e dai laghi. E la loro intelligenza fu accresciuta. Inventarono la barca e i pesci divennero ancora più numerosi nelle loro mani. Talvolta, qualcuno di loro si svegliava una mattina sotto a una barca. Allora pregavano Dio per quel regalo. Allevarono mucche, maiali e pecore nei loro pascoli, avendo cura di queste creature che Dio aveva affidato loro. Le nutrirono e queste creature divennero più grasse.

Il macellaio preparò la carne a partire dalle carcasse di queste creature. A tal scopo, inventarono il coltello, strumento che permetteva di separare le diverse carni tra loro. La carne che ne ricavarono li nutriva, ma soprattutto si sentivano più forti dopo averla mangiata. Dalle mucche presero anche il latte, dolce e incomparabile nettare.

Tosarono le pecore e ne ricavarono la lana. Conservarono le pelli per trasformarle in cuoio. Il tessitore cucì la lana e il cuoio per realizzare vestiti, che li proteggevano dal vento e garantivano la decenza del loro apparire. Dato che la natura dava loro accesso a tutto quello che potevano desiderare, dovettero inventare le botti, dove poterono immagazzinare i frutti del loro lavoro.

Per proteggersi quando le porte del cielo si aprivano, crearono le case e vi abitarono. Le arredarono con letti, candele, tavoli, sedie… e tutto quello che poteva rendere la loro vita più comoda. Perciò il minatore estrasse la pietra e il ferro nelle miniere. E il boscaiolo tagliò il legno degli alberi. Per facilitare tale lavoro, il fabbro modellò il ferro e il legno per forgiare utensili come le asce o i coltelli.

Talvolta, Dio contribuiva a quest’età dell’oro offrendo cibo a coloro che sapevano amare il mondo; essi non erano così obbligati a produrlo. Talvolta, inoltre, li incoraggiava rendendoli temporaneamente più forti, più intelligenti o più carismatici. E la domenica, prima del pranzo, si riunivano al centro del loro villaggio, intorno alla tomba di Oane, per pregare insieme Colui che li amava a tal punto. Infatti, non avevano ancora chierici, poiché non ne avevano ancora necessità, visto che erano in comunione diretta con Dio.

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MessageSujet: Re: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - Parte II   Jeu 8 Aoû 2013 - 9:38

La Preistoria - Capitolo III: L'accidia

La società degli uomini e delle donne era bella e raffinata.

Così, impararono a produrre il vino a partire dall’uva, dopo lunghi anni passati a tentare di afferrare le sottigliezze dell’affinamento di tale bevanda. Scoprirono inoltre come produrre la birra a partire dall’orzo e dal luppolo. A tal scopo, inventarono forni di una grandezza impressionante. Dovettero imparare a lavorare di comune accordo per arrivare a questi risultati. Ma nessuno metteva in dubbio il fatto che ne valesse la pena.

Inoltre, le arti e le scienze furono allora concepite per innalzarli ancora di più verso Dio. Impararono a comporre musica, i canti divenivano sempre più belli e gli strumenti che li accompagnavano sempre meglio realizzati. Scoprirono le piante che guarivano le piaghe e le malattie, in modo che la loro salute permettesse loro di glorificare l’Altissimo per più tempo. Inventarono la scrittura, che permise loro di conservare tutto il loro sapere per le generazioni future.

Dio era soddisfatto. I Suoi figli si elevavano spiritualmente nel luogo che Lui aveva dato loro. Ma sapeva che questa bella primavera avrebbe presto visto i fiori della virtù appassire. Poiché la Creatura Senza Nome covava ancora la sua rabbia e la sua collera. Acquattata nell’ombra, aspettava il momento propizio per dimostrare all’Altissimo che la risposta che Oane gli aveva dato non era quella giusta. Persisteva nell’errore, negando la forza dell’amore e ostinandosi a concepire la dominazione del forte sul debole come il senso della vita.

Ma tutte le invenzioni che gli umani avevano creato rendevano meno pesante la loro fatica. Avevano sempre meno lavoro da fare e sempre più frutti da raccogliere. Mentre prima impiegavano un mese per raccogliere il grano, ora impiegavano ormai solo il terzo del tempo. Mentre prima pescavano solo un pesce ogni due giorni, ne avevano ormai uno, a volte due, al giorno. Mentre prima dovevano lavorare ogni giorno per coltivare le verdure, ora non gli restava altro da fare che raccoglierle.

E la più importante delle scienze non esisteva ancora. La teologia era sconosciuta a questi umani. Non essendoci chierici, non c’era ancora nessuno che si potesse consacrare interamente a Dio. Non essendoci testi sacri, non c’era nulla da studiare. La fede umana era rozza, per il fatto che non vi erano ancora intermediari. Ma questa apparente purezza del loro amore verso Dio era proprio ciò che li avrebbe condotti alla loro rovina.

Gli umani si lasciarono inebriare dal piacere della loro vita. Essa sembrava loro così dolce e piacevole che non vedevano più alcun interesse a consacrare la loro vita al lavoro. Ogni piacere dava loro l’occasione di trascurare la loro fatica. Amavano il mondo, ma l’amavano per se stesso, e non perché Dio, amandoli, gliel’aveva dato. Si scostavano poco a poco dall’amore di Dio.

Il primo peccato fu così involontariamente scoperto dagli umani. Più tardi, fu chiamato accidia. Consisteva nello scostarsi dall’amore divino, ad abbandonarsi alla vita materiale trascurando la vita spirituale, a preoccuparsi dell’istante senza tenere a mente ciò per cui Dio ci aveva concepiti. Avrebbe condotto ad altri peccati, portando quindi gli umani alla loro rovina. Raggiunse il suo apice quando la domenica non fu più dedicata alla preghiera, ma all’ozio.

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MessageSujet: Re: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - Parte II   Jeu 8 Aoû 2013 - 9:39

La Preistoria - Capitolo IV: I peccati

Gli umani avevano scoperto l’accidia. Avevano disdegnato l’amore di Dio, preferendogli le cose materiali che Lui aveva creato. Avevano preso gusto a una parte del divino, dimenticando che bisognava amarne la totalità. Non c’era più Oane a guidarli, lui che era stato il solo a capire in cosa consisteva l’amore dell’Altissimo. Ora soli, privati della loro guida, gli umani non sapevano più distinguere la virtù dall’errore.

Alcuni di loro cominciarono allora a mangiare più di quello che richiedesse la loro fame, provando un piacere che aumentava senza sosta. Il gusto dolce della frutta, il calore della carne e l’ebbrezza dell’alcol presero piede sui semplici piaceri della vita. Non vi era più il minimo posto nei loro piaceri per il soave profumo dei fiori, né per la bellezza dei paesaggi. Arrivarono a tal punto che persino i pur numerosi frutti della loro fatica non erano più sufficienti a colmare i loro desideri.

Fu allora che l’avidità spezzò i legami che univano gli uomini e le donne. Ognuno teneva per sé i frutti della sua fatica e si rifiutava di condividerli. Il forte produceva di più, mangiava di più, beveva di più, e diventava ancora più forte. Il debole produceva di meno, mangiava di meno, beveva di meno, e si indeboliva. La comunità degli uomini e delle donne si divideva a causa del loro gusto smodato per le cose materiali, che li condusse all’avarizia.

Allora, l’uomo e la donna divennero superbi. Il forte cominciò a disprezzare il debole, che non poteva nutrirsi quanto voleva. Al pari della Creatura Senza Nome, essi pensavano ora che il ruolo dei forti fosse quello di dominare i deboli. Quella vide quindi che era giunta l’ora della sua vendetta. Si mosse nell’ombra e si avvicinò allora a quelli che erano così disprezzati, dato che non avevano più i mezzi sufficienti per nutrirsi. Chiese loro:” Perché vi lasciate trattare così, perché non invertire i ruoli?”

E il debole cominciò a invidiare il forte. Il forte, soddisfatto della sua condizione, non faceva caso al debole che si chiedeva perché fosse molto meno fortunato di lui. La Creatura Senza Nome esultava di gioia, poiché sentiva che l’ora della sua gloria stava arrivando. Sussurrò all’orecchio del debole e accese la sua invidia. La collera esplose nel cuore del debole, che si rivoltava interiormente contro tale ingiustizia. Quella gli chiese perché conservasse quel sentimento nel suo animo e non gli permettesse di esprimersi.

Allora, l’uomo e la donna colpirono i loro fratelli e le loro sorelle. Brandendo il coltello e l’ascia, ognuno colpì l’altro in una tempesta di violenza e distruzione. Avevano così inventato la guerra, che raggiunse il suo punto massimo quando ognuno cominciò a bruciare la casa e devastare i campi dell’altro. La Creatura Senza Nome si avvicinò di nuovo a quelli che l’ascoltavano e disse loro che, da allora, la violenza e l’odio avrebbero permesso loro di dominare il prossimo.

L’uomo prese allora la donna e la donna prese l’uomo. Il forte abusò del debole e il debole subì il forte. Tutti si unirono in un’orgia bestiale di stupro e violenza. I loro corpi, nella mischia, riflettevano le fiamme delle case che bruciavano. I cibi erano divorati, le bevande inghiottite. Le parole suadenti incoraggiavano i gesti indecenti. Una vera e propria orgia dissoluta stava avendo luogo. E non ci fu più spazio per l’amore di Dio.

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MessageSujet: Re: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - Parte II   Jeu 8 Aoû 2013 - 9:43

La Preistoria - Capitolo V: Il re del peccato

Questa situazione durò per intere settimane e interi mesi. La dissolutezza degli umani non aveva più limiti. Allora, più nessuno aveva la minima intenzione di lavorare. La violenza e lo stupro erano il loro pane quotidiano. I granai furono devastati e tutti si batterono per recuperare il maggior numero di provviste. Non volevano far altro ormai che abbandonarsi al loro eccesso per le cose materiali.

Tutti diffidavano gli uni degli altri. Il minimo pretesto era buono per ricominciare la loro ode alla violenza. Quando uno di loro, spinto dall’avidità, invidiava i cibi che possedeva l’altro e tentava di rubarglieli, l’altro, spinto dall’avarizia, rispondeva con la violenza. Più nessuno si parlava senza minacciarsi o insultarsi.

Gli uomini e le donne non guardarono più verso le stelle. Il peccato aveva preso il controllo della loro vita. Avevano dimenticato persino l’esistenza di Dio. E non provavano più amore per Lui. Ormai amavano solo i malsani piaceri del peccato. Senza Oane che gliela ricordasse, la virtù fu dimenticata e il vizio fu innalzato sul piedistallo della loro vita esecrabile.

Il loro unico interlocutore era la creatura a cui Dio non aveva dato un nome. Essa esultava di felicità, poiché pensava di aver finalmente dimostrato all’Altissimo che era la sua risposta quella corretta, mentre quella di Oane era errata. Secondo lei, il forte doveva dominare il debole e il debole sottomettersi al forte. Essa negava la forza dell’amore come senso della vita e odiava Oane per la purezza della sua fede.

Fu la sola a ricordarsi che era stato sepolto al centro della città. Per sfidarlo, andò sulla sua tomba e ne fece cadere la lapide. Dissotterrò il cadavere di Oane e ballò tutta la notte, calpestando il suo corpo e cantando di gioia per aver distrutto la sua opera. Tutt’intorno a lei, la città era in fiamme, mentre gli umani si picchiavano, si violentavano, si uccidevano e si torturavano l’un l’altro. Sembrava fosse giunta l’ora del trionfo per la creatura a cui Dio non aveva dato un nome.

Essa andò a recuperare nelle miniere tutto ciò di cui aveva bisogno per forgiarsi la corona di regina della Creazione. Questa era composta d’oro, d’argento, di diamanti, di rubini, di smeraldi e di quanto di più prezioso si potesse trovare al mondo. Il suo peso testimoniava i sentimenti d’orgoglio e di odio verso gli uomini e le donne, che la Creatura a cui Dio non aveva dato un nome aveva sviluppato. E quest’ultima era la sola a levare lo sguardo al cielo, ma lo faceva per mostrare il suo sorriso trionfale verso Colui dal quale stava aspettando l’ammissione della sconfitta.

Allora, Dio volle dare una bella lezione agli umani, che lo avevano tradito. Il cielo sopra la comunità si fece nero e i venti soffiarono con forza. Disse loro: “Io vi ho dato il mio amore e voi gli avete voltato le spalle, preferendo ascoltare le parole della creatura a cui non ho dato un nome. Avete preferito abbandonarvi ai piaceri materiali invece di rendermi grazie.”

E aggiunse: “Ho creato per voi un luogo chiamato Inferno, che ho posto sulla luna, in cui i peggiori tra voi conosceranno un’eternità di tormenti per punirli dei loro peccati. Tra sette giorni, la vostra città sarà inghiottita dalle fiamme. E coloro che vi saranno rimasti trascorreranno l’eternità all’inferno. Tuttavia sono magnanimo, e quelli tra voi che sapranno pentirsi trascorreranno l’eternità sul sole, dove si trova il paradiso.”

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MessageSujet: Re: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - Parte II   Jeu 8 Aoû 2013 - 9:44

La Preistoria - Capitolo VI: La punizione

Gli umani si erano abbandonati al peccato a tal punto che Dio aveva deciso di punirli. Ma la maggior parte di loro non capiva in cosa avesse sbagliato, tanto era stato grande il loro abbandono al vizio. Avevano preso talmente tanto gusto ai piaceri della vita che tremavano all’idea di doverla lasciare. Parecchi di loro decisero allora di fuggire da Oanilonia, la città maledetta. Ma la Creatura Senza Nome trovò sette umani il cui gusto del peccato era così spiccato che ciascuno di loro ne incarnava uno.

Asmodeo si era abbandonato all’avidità, Azazele alla lussuria, Belial alla superbia, Lucifero all’accidia, Belzebù all’avarizia, Leviatano all’ira e Satana all’invidia. Seguendo i consigli della Creatura Senza Nome, predicarono la ribellione contro Dio, affermando che solo la gelosia aveva motivato la Sua decisione di punire gli umani. Aggiungevano inoltre che Lui era debole e non sarebbe mai riuscito a mettere in atto la Sua minaccia. Parecchi umani li ascoltavano con attenzione.

Tuttavia, sette umani avevano capito l’errore che avevano commesso. I loro nomi erano Gabriele, Giorgio, Michele, Uriele, Galadriella, Silfaele e Raffaella. Predicarono l’umiltà, affermando che bisognava accettare la punizione per lavarsi dei propri peccati. I discorsi di ciascuno di loro testimoniavano le virtù che si erano messi a incarnare. Gabriele faceva mostra di temperanza, Giorgio d’amicizia, Michele di giustizia, Uriele di generosità, Galadriella di perseveranza, Silfaele di piacere e Raffaella di convinzione. Solo un gruppo ristretto di umani era sensibile alle loro parole, ma la purezza della fede in ciascuno di loro valeva il vizio di cento peccatori.

Quei sei giorni furono terribili: i lampi squarciavano il cielo e il tuono scuoteva l’animo dei più deboli. Parecchi umani fuggirono allora dalla città. Restavano solo i più vili, che ascoltavano le prediche delle sette incarnazioni del peccato, e i più virtuosi, i quali, seguendo la guida della sette incarnazioni della virtù, accettavano la punizione di Dio. Persino la Creatura Senza Nome ebbe la prudenza di darsi alla fuga, lasciando che i sette corrotti si lasciassero accecare dalla loro stessa follia.

Il settimo giorno venne a chiudere la sentenza divina in un cataclisma di proporzioni titaniche. Con un terremoto assordante, il suolo si aprì sotto i piedi dei pochi che erano rimasti in città. Fiamme alte come una cattedrale vennero a divorarli. Gli edifici furono rasi al suolo, le pietre crollavano sui loro abitanti, e le fiamme devastavano ogni cosa. In poco tempo tutta la città fu inghiottita nelle viscere della terra, senza lasciare traccia alcuna della sua esistenza.

Le sette incarnazioni del peccato furono punite da Dio. Furono scaraventate sulla luna, vivendo da allora un’eternità di sofferenze con il titolo di Principi dei demoni. Coloro che li avevano ascoltati subirono la stessa terribile sorte, portando da allora il titolo di demoni. Il loro amore del vizio e il loro odio verso Dio non facevano che aumentare nel corso dei secoli, ed essi provarono un sempre più malsano piacere nel ricoprire le loro cariche. E il loro corpo, poco a poco, rispecchiò la nefandezza e la bestialità della loro anima.

Ma Dio vide che i sette puri, così come i loro discepoli, avevano dimostrato che gli umani erano capaci di pentimento e umiltà. Li innalzò al sole ed essi furono benedetti da un’eternità di felicità in Paradiso. I sette puri furono chiamati arcangeli e i loro discepoli angeli. Essi dovevano assistere l’Altissimo aiutando gli umani, ogni volta che si fosse reso necessario, a combattere la tentazione della creatura a cui Dio non aveva dato un nome.

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MessageSujet: Re: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - Parte II   Jeu 8 Aoû 2013 - 9:45

La Preistoria - Capitolo VII: L'esodo

Tutta la città di Oanilonia fu dunque inghiottita nelle viscere del mondo, divorata dalle fiamme. Per purificare quei luoghi, Dio sparse sale sulle tracce della città del peccato, affinché più nessuna vita vi si insediasse e vi prosperasse. La potenza del cataclisma divino ricoprì il cielo di polvere per molte leghe circostanti. I diversi gruppi che erano scappati dalla città raddoppiarono la loro velocità per sfuggire alla catastrofe, lasciandosi dietro la loro vecchia vita. La maggior parte di loro pianse per quella che gli sembrava un’ingiustizia. Avendo voltato le spalle a Dio e al Suo amore, non potevano capire la Sua giusta decisione divina.

Alcuni di loro giunsero al mare. Tagliarono legna e fabbricarono barche. Impiegarono molto tempo per terminare queste costruzioni. Infatti, avevano perso l’abitudine di lavorare e facevano fatica a mettersi al lavoro. Passavano più tempo a oziare sulla spiaggia che a cercarsi da mangiare o a costruire le loro navi. Ma la minacciosa nuvola di polvere ricordava loro incessantemente che dovevano darsi da fare. Poco a poco, ripresero il gusto della fatica e, anche se non vivevano più nella virtù, le loro società corrotte non conoscevano più la dissolutezza dei peccati che praticavano a Oanilonia.

Quando le barche furono pronte, essi partirono alla scoperta del mondo, attraversando i mari e attraccando su tutte le coste che sembravano propizie. Altri gruppi di fuggitivi scapparono dal cataclisma inoltrandosi ancora più all’interno delle terre. Attraversarono diverse foreste, paludi, fiumi, valli, colline, montagne, burroni, ghiacciai e pianure. Ogni volta che trovavano un luogo propizio al loro insediamento, un gruppo vi si fermava e vi fondava una città.

Così, poco a poco, popolarono tutto il mondo, fondando villaggi in ogni posto in cui passavano. Ogni città organizzò il suo sistema politico. Elessero dei capi, che gestivano le risorse delle loro comunità. Questi nominarono delle guardie, perché le leggi della città fossero rispettate. Al fine di finanziare tale nascente gerarchia, estrassero oro e argento dalle miniere e li fusero per farne delle monete. Queste facilitavano gli scambi all’interno di ogni città.

Ma soprattutto, ciò permetteva loro di scambiare mercanzia tra le diverse città. Tuttavia, tale commercio ne arricchiva alcune mentre ne impoveriva altre. Le città erano sempre più in concorrenza per il controllo delle risorse. Quello che non riuscivano ad avere con il commercio, tentavano di ottenerlo con la forza. Così, ogni città allestì un esercito, ingaggiando soldati, al fine di combattere per arricchire la loro comunità e i suoi reggenti.

Allora, Dio decise di permettere loro di imparare cosa fosse l’amicizia, affinché mai più accadesse che un umano ne uccidesse un altro. Divise l’unico linguaggio in una moltitudine di lingue. Gli umani, allora, non riuscirono più a capirsi tra una città e l’altra. L’Altissimo permise quindi loro di poter imparare le lingue che non conoscevano. Per questo apprendimento, era necessario che ciascuno si aprisse alla cultura dell’altro. Così, essi erano meno inclini al combattimento, dati gli sforzi necessari per imparare le lingue di quelli che volevano attaccare.

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MessageSujet: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - Parte II   Jeu 8 Aoû 2013 - 9:46

La Preistoria - Capitolo VIII: Il paganesimo

I gruppi di umani che erano fuggiti da Oanilonia si erano dunque dispersi e avevano popolato il mondo. I loro discendenti avevano costituito città, formato governi e inventato il denaro, che permetteva il commercio. Ma avevano anche inventato la guerra e, per incoraggiarli a conoscersi meglio invece di combattere fra loro, Dio aveva diviso l’unico linguaggio in una moltitudine di lingue.

Tra tutti questi umani si formò un gruppo che cercava di capire la realtà divina. Ma questo gruppo era ignorante di Dio al pari del resto dell’umanità. Gli umani non provavano più l’amore divino, poiché si erano scostati da Lui. Cercavano una spiegazione alla loro vita, quando invece la risposta era già stata data loro. Ma non erano più in grado di ascoltarla e vi restavano sordi.

Il gruppo decretò che in ciascuna cosa, in ciascun elemento che circonda gli uomini e le donne, vi era uno spirito la cui potenza era al di là di ogni comprensione. Questi spiriti elementari possedevano poteri sovrumani. Erano dotati di varie personalità e non mancavano mai di essere in competizione tra loro per provare quale fosse il più forte. Si arrabbiavano spesso e non esitavano mai a misurarsi l’un l’altro, servendosi di intermediari umani.

Così, non avendo più Dio nel loro cuore, si erano inventati un panteon di falsi dei. Dato che il cielo ricopre il mondo ed è la sorgente della luce, fecero del dio del cielo il re delle loro divinità. Il suo fulmine divenne presto celebre e tutti gli umani impararono subito a temerlo. Dato che gli umani non conoscevano più la virtù, gli dei che si erano inventati erano dissoluti quanto loro. Il loro re divino poteva trasformarsi in nuvola dorata per praticare il peccato di lussuria con le principesse.

Per onorare le loro molteplici divinità, gli umani crearono chiese che erano loro dedicate e le chiamarono “templi”. Loro stessi, ricoprendo l’uffizio di chierici nel loro paganesimo, si nominarono “sacerdoti”. Invocavano l’aiuto dei loro dei e, in cambio, sacrificavano loro degli animali. Mentre Dio aveva insegnato a Oane che le molteplici creature del mondo, benché sottomesse agli umani, dovevano essere rispettate, era col loro sangue che i pagani riverivano le loro false divinità.

Ma non vi era amore per i nuovi dei. Questi servivano solo a concedere favori in cambio di sacrifici. Certo, quei pagani rispettavano le loro divinità, ma lo facevano più per paura che per amore. Parecchie città si raggrupparono in regni, capeggiati da re. Questi fecero appello ai preti pagani perché le loro divinità venissero in loro aiuto, e i falsi chierici credevano di poter leggere nelle viscere l’avvenire delle città.

Ma rimaneva un vuoto nel cuore degli uomini e delle donne. Mancava loro ciò per cui erano stati concepiti. Mancava loro l’amore che Dio voleva dar loro e che Lui si aspettava in cambio. Allora, Dio decise che era giunto il momento di farsi ricordare dalla Sua Creazione. Trovò un bambino nella città che si chiamava Stagira e gli insegnò la Sua Parola perché l’Uomo ritrovasse la via della virtù. Questo bambino si chiamava Aristotele.

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