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 Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - I principi Demoni

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Franciscus_bergoglio
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MessageSujet: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - I principi Demoni   Sam 24 Aoû 2013 - 22:13

Libro delle Virtù

Libro 1. Il mito Aristotelico

-> I Principi Demoni

Asmodeo (Principe demone della lussuria, opposto a Raffaella, arcangelo della convinzione)
Azalele (Principe demone della golosità, opposto a Galadriella, arcangelo della conservazione)
Belial (Principe demone dell’orgoglio, opposto a Uriele, arcangelo dell’altruismo)
Belzebù (Principe demone dell’avarizia, opposto a Giorgio, arcangelo dell'amicizia)
Leviatano (Principe demone dell'ira, opposto a Gabriele, arcangelo della temperanza)
Lucifero (Principe demone dell'accidia, opposto a Silfaele, arcangelo del piacere)
Satana (Principe demone dell’invidia, opposto a Michele, arcangelo della giustizia).



Demonografia di Asmodeo, principe della lussuria

Un bambino precoce

Tempo fa nacque a Samarra, un piccolo villaggio agricolo non lontano da Oanilonia, un bambino i cui genitori chiamarono Asmodeo. Era forte e pieno di vita. I suoi occhi erano di un nero profondo e ammaliante. Il suo viso era bello al punto che sarebbe potuto esser scambiato per un angelo. Ma grande fu la sorpresa dei suoi genitori quando constatarono sul suo corpo una strana deformità. Sebbene non avessero scoperto l'acqua calda, ma dato che la cosa sembrava fuori dal comune, decisero di andare a vedere il vecchio Gedeone, guaritore del suo stato, che viveva ritirato lontano dagli uomini.

Quest'ultimo era un uomo anziano, avvizzito dagli anni, ma che aveva conservato intatta la sua fede in Dio. Prese il piccolo dalle mani della madre, lo pose su un tavolo e lentamente sciolse le fasce al fine di esaminarlo. Grande fu allora il suo stupore. Il poppante non aveva un sesso ma due! Era al tempo stesso femminile e maschile. Si girò allora verso i genitori.

"Avete messo al mondo un essere fuori dal comune. Questo va oltre le mie conoscenze. Non so se è un messaggio inviato a voi dall'Altissimo, o se ..."

Non riusci' a finire la frase. Rivestì in fretta il bambino e o rese alla coppia che aspettava una risposta alla loro angoscia.

"Non dovete ritornare più qui con questo bambino. Vi consiglio di volgervi a Dio e di pregare ancora ed ancora. Quanto a lui, amatelo nel miglior modo che potrete e distoglietelo dal Male."

Fu nella paura e nella preoccupazione, che la piccola famiglia tornò a casa. Fu in quella atmosfera che il bambino crebbe.

Appena fu in grado di camminare, iniziarono i problemi per il padre e la madre.
Asmodeo era particolarmente interessato a osservare gli animali nel cortile. Era stupito ogni giorno nel vederli muoversi, mangiare, fare i suoni più curiosi. Ma era soprattutto affascinato a guardarli accoppiarsi. Tale evento gli forniva ogni volta le maggiori emozioni. Pronunciava piccole grida che sembravano accompagnare gli animali nella loro riproduzione. Batteva le mani ad ogni manifestazione virile di un caprone o di un toro. Suo padre lo rimproverava severamente, lo minacciava, lo colpiva, ma niente sembrava funzionare.

A cinque anni, tento' alcuni "esperimenti" sugli animali. Ora egli conosceva molto bene le abitudini delle specie che vivevano intorno a lui. Decise di cambiare l'ordine naturale delle cose, ponendo il cane sulla scrofa o il gatto sull'anatra. Il risultato fu quello di provocare ferite crudeli, che comunque non mitigarono il suo ardore.


La rivelazione

All'età di dieci anni, mentre partecipava alla messe del mese di luglio, si verifico' un evento che cambiò la sua vita. Era la fine della giornata, i contadini erano quasi tutti andati a casa. Era solo in un campo in mezzo a cumuli di stoppie sapientemente disposte qua e là. Esaminava un paio di scarafaggi salire l'uno sull'altro. Improvvisamente la sua attenzione fu distolta dal rumore rauco che sembrava venire da una mola. Attratto da questi suoni inusuali, decise di avvicinarsi il più discretamente possibile. E lì, scoprì cio' che non aveva mai visto prima: un uomo e una donna, nudi, i corpi intrecciati pieni di sensualità e che adottavano posture animali che gli erano così familiari. Non si fece notare, ma rimase ad osservare il maggior tempo che potè, sentendo nelle parti intime del suo corpo alcune emozioni insolite.

Tornato a casa, non chiuse mai occhio tutta la notte, con la sua mente totalmente assorbita da quello che aveva da poco visto.

La mattina dopo fu per lui come una seconda nascita. Vedeva ormai le ragazze ed i ragazzi della sua età in un modo completamente diverso. Data la sua costituzione genitale era attratto tanto da un sesso quanto dall'altro. Si avvicinò ad ogni ragazzo e ogni ragazza nel suo villaggio, il bello e il meno bello, il piccolo e il grande, il povero e quello piu' facoltoso.

Il suo metodo era perlomeno poco ortodosso. L'approccio era spesso brutale, simile ad un violento ed ebbro abbandono, che terminava nel rotolamento in un fosso o un torrente. Il partner si dibatteva, urlando, graffiando, mordendo, picchiando, sino a finalmente rompere l'abbraccio, non senza perdere i propri calzoni o alcuni dei propri vestiti.
Lo scenario si ripeteva nel corso di tutta la settimana. Alla fine, molti abitanti del villaggio, stanchi di questo comportamento intollerabile, fecero irruzione nell'azienda di famiglia e mancarono di poco il piccolo Asmodeo, che fuggì spaventato senz'ulteriore indugio.


L'arrivo ad Oanilonia

Oanilonia a quel tempo era la più grande città della Terra. Poteva ospitare al suo interno senza dubbio più di un milione di persone. Ma l'accidia aveva conquistato i cuori e corrotto le anime. La maggioranza delle persone si era allontanata da Dio. In questo contesto arrivo' il piccolo Asmodeo, ancora sconvolto per quello che aveva da poco vissuto.

Vago' per giorni e giorni nelle strade, vivendo di furto e d'accattonaggio. La notte dormiva per terra, dove viveva quella parte di citta' più meschina ed abietta. Sporco come un pidocchio, puzzolente come una capra, camminando giunse per caso in una zona della città diversa dalle altre. Le donne dalle poche virtù vendevano il loro fascino agli uomini di passaggio.
Alcuni erano ancora giovani e acerbi, altri maturi e avvizziti dal "lavoro". Notò una di loro, rossa, più forte rispetto alla media e dal petto generoso. Si avvicinò e gli tese la mano come per prendere un frutto proibito. Fu importante perché lo schiaffo magistrale d'una mano venne a ricordargli la sua età e condizione.

La donna cominciò a sbraitare con parole dal tono secco e veloce.

"Dimmi pidocchio, dunque, credi che tutto ti sia permesso? E da dove vieni, moccioso? Ricoperto di sporcizia come sei, ti dò una settimana prima che tu finisca per affogarti nel ruscello."

Esplose in una risata grassa e sonora, le due mani posate sulle anche, prendendo a testimoni le donne intorno a lei così come i passanti. Si abbassò un poco per guardarlo più da vicino, prendendo il suo mento tra le mani.

"Ehi, ma sai che che sotto la tua sporcizia, sei piuttosto dannatamente carino. Se tu fossi un pelo più vecchio ti si donerebbe il buon D..."

Non potè finire la sua frase. Come un serpente sulla sua preda, Asmodeo aveva appena posto le proprie labbra sulle sue, facendo arretrare di sorpresa la donna che ricominciò con una risata ancora più grossa della precedente.

"Indubbiamente mi piaci! Vieni dunque all'interno con me, ho voglia di mostrarti due o tre cose, un'occasione per insegnarti la vita."

La stanza in cui erano entrati era buia perché senza finestre.Alcune torce illuminavano debolmente l'interno, che era composto da quattro giacigli disposti ai quattro angoli.
Cio' che fungeva da letto era costituito da un materasso riempito di paglia e i momenti d'effusione amorosa potevano essere nascosti agli occhi dei visitatori da un tessuto, che vi era teso attorno. Asmodeo non credeva ai suoi occhi per cio' che vedeva sulle pareti.
Scene erotiche che mostrano uomini e donne nudi, in posizioni a volte acrobatiche spesso surreali. Così si disse che aveva molto da imparare.

La forte donna lo spinse letteralmente sul suo letto. Si spogliò lentamente davanti a lui, mostrando le forme abbondanti e i cuscinetti sgraziati. Poi cominciò a fare lo stesso al bambino. Allora mise un grido. Non riusciva a trattenere la sua sorpresa per l'anomalia sessuale della quale era stato fornito Asmodeo.

"Mi pare proprio che tu abbia gia' un futuro luminoso ben tracciato!"

E quella giornata fu di colpo ravvivata.


La città sprofonda nella depravazione.

Visse per molti anni al fianco della donna e divenne il suo amante, condividendo il suo letto ed i suoi clienti. Si mostrava particolarmente pericoloso e attivo, reiterando i suoi comportamenti come se la sua vita dipendesse solo da questo.
Con l'età, il suo corpo crebbe e prese forma. Un seno sodo spunto' a migliorare il busto. Prese l'abitudine di lasciare i suoi bei capelli neri crescere, ma continuo' anche a mantenere i vestiti da uomo. Era diventato il centro di tutto ciò che la città poteva indicare come dissolutezza.

La sua fama era tale che una volta fu introdotto alla corte del re di Oanilonia. Quest'uomo era il simbolo di tutto ciò che era malvagio. Un vero concentrato di avidità, di cupidigia e disonestà. Viveva circondato da una moltitudine di donne e cortigiani. Era dedito a orge su orge, nonche' a feste alcoliche. Dio aveva abbandonato quei locali. Il re aveva sentito parlare di questo misterioso ragazzo, capace di procurare dei piaceri inediti. Lo aveva mandato a chiamare.

Asmodeo si presentò presso la corte un giorno che la festa era in pieno svolgimento. I tavoli, come le sedie, erano rovesciati, i corpi giacevano sul pavimento. La maggior parte di essi erano nudi, intrecciati tra loro, come incastrati e incatenati dal piacere. Degli schiavi, nudi anch'essi, tentavano di scavalcare bene o male gli uomini e le donne che si abbracciavano nelle oscene posizioni. Essi recavano, in vassoi d'avorio, tutto ciò che era necessario per il piacere orgiastico.
Quando il re lo vide entrare nella stanza, allontano' deciso la mezza dozzina di gente ubriaca che era ammassata al suo fianco, si alzò e lo fissò negli occhi. Tutto intorno a lui, uomini e donne che partecipano a questo baccanale, uno dopo l'altro, si fermarono dal loro agire e rivolsero lo sguardo sul nuovo arrivato. Il silenzio era totale.

Asmodeo avanzava. Indossava un abito bianco, che faceva contrasto con il suo sguardo di un nero profondo e il colore scuro dei suoi capelli. Lentamente si scoprì le spalle poi fece cadere il capo a terra senza alcuna vergogna, facendo scoprire a tutti la sua sconcertante anatomia. Attraversò la stanza. La gente si scostava dal suo passaggio. Andò incontro al re che non proferiva parola e si gettò su di lui brutalmente. La gente diede un grido selvaggio e la festa ricominciò ancora più bella, come se tutti ora si fossero sentiti liberi .

Asmodeo divenne l'amante o la amante del re, secondo la visione che si scelga. Catalizzo' le energie sessuali della corte, che da allora non conobbero piu' limiti. Più grave ancora, questo esempio si diffuse dall'alto, in un primo momento, verso gli strati superiori della società e poi influenzo' il resto degli abitanti della città.
Nelle case, nelle strade o sulle grondaie, nei campi o nelle stalle, tutto era dissolutezza e lussuria. Turpitudine e vizio avevano sostituito la virtù e la fede. Gli uomini ormai avevano dimenticato Dio, riservando le loro anime solo per il piacere.


La caduta

Egli era un essere che senza dubbio godeva più degli altri nell'assistere al decadimento della città. Dio non gli aveva dato nome e lui era felice di vedere come l'opera di Dio fosse stata svilita.

Fu allora che il cielo si riempì di nuvole scure e minacciose e un forte vento cominciò a soffiare. L'Altissimo si rivolse agli abitanti della città.

"Anche se vi ho dato il mio amore, vi siete allontanati, preferendo ascoltare le parole della Creatura a cui non ho dato un nome. Avete preferito soccombere ai piaceri mondani, invece di rendermi grazia."
Aggiunse: "Ho creato per voi un luogo chiamato Inferno, che ho messo sulla Luna, dove i peggiori tra voi sperimenteranno un'eternità di tormenti come punizione per i loro peccati. In sette giorni, la vostra città sarà inghiottita dalle fiamme. E quelli che rimarranno, trascorreranno l'eternità all'Inferno. Tuttavia, sono magnanimo, e coloro tra voi che faranno penitenza, trascorreranno l'eternità sul Sole, dove si trova il Paradiso ".

A queste parole terribili, tutti gli uomini e tutte le donne si guardarono gli uni gli altri e non osavano muoversi. Tutti erano ormai nel terrore del loro destino. Molti decisero di fuggire dalla città ormai maledetta.
Ma la Creatura Senza Nome, personificazione del male e subdola quanto astuta, decise di agire. Si scelse tra coloro che erano rimasti sette uomini, che erano ciascuno nel proprio genere un concentrato di nefandezza dell'umanità. Asmodeo era uno di loro. Si lasciò convincere da colui che non si nomina che Dio non oserebbe passare mai all'atto e che la sua decisione era segnata solamente del sigillo della gelosia. Con l'ascendente che aveva sul re, riuscì a persuadere lui, la corte e buona parte degli abitanti a riprendere la via del piacere e della licenziosita'.

Nonostante cio', alcuni si raccolsero attorno a una donna di nome Raffaella, che era abitata dallo spirito di Dio. Faceva parte di un gruppo di sette che avevano aperto gli occhi alla parola del Signore ed erano ora abitati dall'amore di Dio.

Andava per la città in tutte le direzioni, predicando il pentimento e direttamente opponendosi ad Asmodeo. Era ardentemente convinta di detenere la verità e molti la seguirono, avendo salva così la propria anima. Ma la maggioranza degli uomini preferì tornare ai propri vizi.

Sette giorni più tardi, un terremoto di incredibile potenza colpi' la città. Il terreno si fratturo'. Comparvero enormi aperture da cui spuntavano le fiamme. In pochi istanti Oanilonia scomparve nelle profondità del suolo. Dio aveva appena colpito con la sua collera la città empia.
Tutti i morti comparvero allora davanti all'Altissimo, quale giudice ultimo. Raffaella e gli altri sei esseri umani diventarono arcangeli dell'Altissimo, mentre coloro che li avevano seguiti furono trasformati in angeli.

Asmodeo e gli altri sei uomini che scelsero la Creatura Senza Nome furono mandati a grandi colpi di ramazza sulla luna.
Vennero messi lì al freddo, in quei luoghi senza vita e nella nebbia permanente. I corpi di tutti si trasformarono per prendere un'espressione allo stesso tempo orribile e terrificante. Asmodeo ottenne una testa serpentina terrificante dalla lingua di lunghezza smisurata e fu dotato di quattro paia di seni e un fallo di lunghezza elefantiaca. Era costretto a portarlo costantemente sulle spalle, per non inciamparvici sopra. I suoi istinti lussuriosi furono accresciuti e tormentava notte e giorno gli sfortunati che si erano smarriti nell'Inferno, tanto quanto aveva sempre infastidito i suoi fratelli i demoni nella ricerca della passione.

Così fu condannato a vivere per sempre nei Piani Infernali.

Per memoria, alcuni hanno conservato alcune parole di Asmodeo, pronunciate durante la sua vita:

Citation :
- Di tutte le aberrazioni sessuali, la castità è la peggiore.
- Una donna appagata sessualmente è molto più aperta.
- Dobbiamo insegnare alla gente a usare la propria sessualita' come il cucchiaio e la forchetta.
- In materia di amore sessuale, l'appetito e' sempre mutevole.

Tradotto dal siriaco da Tiberio di Arcis

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Dernière édition par Franciscus_bergoglio le Mar 11 Fév 2014 - 20:38, édité 1 fois
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MessageSujet: Demonografia: Azazele   Sam 24 Aoû 2013 - 22:17

Demonografia di Azazele


La sua nascita, già una rottura…


Azazele venne al mondo a Oanilonia che era diventata, da molto tempo, una città prospera. I suoi abitanti cominciarono a vivere riccamente e, per quanto non si allontanassero ancora dall'Altissimo, gli inizi della sua caduta apparivano ineluttabilmente. I suoi genitori, vecchi di una quarantina di anni, decisero di avere un bambino così come si decide di acquistarsi un oggetto. Senza bambini per 22 anni,improvvisamente, i due sposi, Céline e René andarono ad incontrare una donna incinta e le proposero di adottare il suo neonato facendogli balenare dinanzi agli occhi che lui sarebbe stato molto meglio nel loro ambiente. La giovane donna il cui padre era fuggito con una bella seduttrice finì per cedere ed accettare la proposta della coppia. Così, Azazele, nato povero, andò a vivere nel lusso e nell'opulenza circondato da genitori esigenti ma non amanti di un vero amore parentale.

Azazele fu presto abbandonato a sé stesso. Nessuno vietò… se non di disturbare i suoi genitori. In scambio? L'accesso a tutto, il sì a tutto. Il bambino re non beneficiava di alcun limiti. Di natura gracile alla sua nascita, Azazele era diventato irriconoscibile. Era riconosciuto oramai per la sua pinguedine precoce che gli era valsa il soprannome di ingordo. La sua taglia imponeva il timore agli occhi dei suoi compagni. Le sue rotondità dappertutto, il suo grasso e le sue dita gonfie sorprendevano tutti quelli che lo frequentavano. La sua pelle gocciolava di grasso ad ogni raggio di sole o per lo sforzo inducendo la nausea a quelli a cui voleva stringere la mano. Il suo sorriso ed il suo sguardo mettevano a disagio chiunque l'avvicinava tanto emanavano inimicizia e disdegno.

Difficile in questa situazione essere circondato da amici. Bene al contrario, Azazele coltivava la sua solitudine ed il suo sgarbo.Lo sguardo altrui lo lasciava indifferente. Ne aggiungeva anche. E quando decideva diversamente, allora non bisognava essere sul suo passaggio. Più Azazele cresceva, più la sua forza decuplicava via via negli anni. Da Adolescente, possedeva già una forza erculea. Di contro il poco tempo passato ad istruirsi lo rese stupido e pesante.

L'accidia regnava padrone in seno alla famiglia. Le conseguenze furono disastrose per Azazele. Non sentì parlare dell'Altissimo e di Oane che molto tardivamente. Così che non comprendeva perché l'Altissimo aveva creato il mondo ed insediato l'uomo come la sua specie favorita. Si sforzava ad affermare a chi voleva sentirlo, che l'Altissimo era stato ingiusto nei confronti le sue pecore. Non poteva, ai suoi occhi che rappresentare la perversione, la presa in giro ed il sadismo, tanto potevano essere numerose le tentazioni.


L'oltraggio e la rinuncia alla fede ed ai principi di virtù.


Un giorno in cui Azazele badava alle sue occupazioni principali, mangiare e bere seduto a tavola sul terrazzo di un chiosco, fece l'incontro di un servitore di Oane. Questo ultimo fu stupefatto di vedere un tale energumeno agire in questo modo.

Citation :
Il servitore di Oane : "Mio giovane amico, posso unirmi alla tua tavola?"

Azazele : "Fate caro amico e servitevi"

Il servitore di Oane : «Grazie. Ma ho appena pranzato e ciò mi basta. »

Azazele : "E il vostro piacere? Prendete ed assaporate. Ci sono delle deliziose pietanze"

Il servitore di Oane : « Non avete voglia di pentirvi?, mio fanciullo, della debolezza di cui fate prova? Sappiate che la golosità romperà i legami che uniscono gli uomini e le donne.»

Azazele : "Pentirmi? Quale affare per così poche cose. "Guardate intorno a voi, tutti badano alle proprie occupazioni senza preoccuparsi di quelle altrui, e voi, vi permettete di esprimere un giudizio sul mio appetito. Quale perdita di tempo ? »

Il servitore di Oane: "Non c'è perdita di tempo qui. Dalla vostra moderazione dipende il vostro avvenire al regno dell'Altissimo."

Azazele: "Avete l'aria di dimenticare qualche cosa Mio Servitore. Il regno dell'Altissimo fatto di temperanza, di moderazione e bene, non lo voglio. Appena mi alzo, voglio potere mangiare come decido. Durante la giornata, desidero rotolarmi nel cibo in quantità e questo, a tal punto che una volta sazio mi resta ancora posto per il piacere di mangiare. Il desiderio, la gioia che ciò mi procura mi basta ampiamente. »

Il servitore di Oane: "Ma…"

Azazele :Basta. Mi annoiate e mi auguro di non sprecare più il mio piacere per ascoltare le vostre sciocchezze.

Il servitore di Oane: "La misericordia e la pazienza dell'Altissimo hanno i propri limiti che avete appena superato. Indovino in voi un avvenire di più scuro e torturato.

Azazele :E bene così sia. Questo mondo e questi principi ai quali aspiro mi colmano. E credetemi me ne colmerà più di uno. Il Vostro Altissimo non saprebbe essere del più circospetto aspetto ad una tale cosa. Ma al fatto, quando l'incontrerete ditegli ben che il mio tavolo gli è riservato

Ed il fedele, indignato, se ne andò a raggiungere i suoi fratelli. Tra questi fratelli si trovavano un certo Giorgio ed un ragazza Galadrielle « Ve lo dico amici miei…. Oanilonia vive questi ultimi momenti. L'Altissimo non potrà lasciare agire in questo modo questi esseri per ancora molto tempo. Non può essere così.È inconcepibile. L'ingordo che ho appena visto mi ha convinto ancor di più di questa idea, se ancora avessi avuto dei dubbi ».


Il servitore della Bestia senza nome.


Alla morte dei genitori Azazele ereditò una considerevole fortuna. Non occorreva molto di più a questo giovane uomo per condurre una vita di dissolutezza e di corruzione. Le feste che organizzava erano sontuose e tutti i giovani borghesi della città erano presenti. Ce ne erano per tutti i vizi e tutte le dissolutezze si assisteva là alle vere orge e più il tempo passava, più si prolungavano nella notte ed i giorni che seguivano.
Il cibo ed il vino si presentavano in abbondanza, gli uomini e le donne saziavano le loro più meschine invidie. Ogni persona che provava ad agire con pudore, astinenza e ponderatezza cadevano nella pubblica riprovazione.Subiva il corruccio di questi esseri ad ogni istante della loro vita. Questo assillo faceva cedere i più deboli. Solo alcuni fedeli resistevano.
Questa gioventù che adula Azazele inorridiva a coltivarsi ed istruirsi così che le università si svuotavano sempre più.
Il lavoro sinonimo di osservamento era vilipeso ed ispirava solamente vergogna a colui che continuava a vivere nella virtù. Per l'inferiore invidia, Azazele ed i suoi discepoli si servivano o si dovrebbe dire rubavano tutto sul loro passaggio.
Via via gli istigatori del male facevano un lavoro di trincea ed è tanto logico che si unirono per installare un clima di peccati.


Il combattimento ed il decadimento


L'Altissimo lanciò la sua collera contro la città ed i servitori del Male. La battaglia durò sette giorni. Il combattimento fu rude ed in principio impari. Ma sopravvalutando la loro forza, i malefici persero innanzitutto alcune battaglie poi infine la guerra.
Azazele, in questo combattimento fece onore alla sua forza titanica. Ogni colpo assegnato portava a male i servitori dell'Onnipotente. Il suo furore e la sua collera non avevano eguali, il suo valore al combattimento ed il suo odio nei confronti questi pii "cavalieri" del bene.
La lotta sarebbe stata favorevole ad Azazele se i suoi uomini, riempiti di paura e di codardia, non l'avessero tradito vedendo i sette futuri arcangeli dirigersi verso lui. Abbandonato di tutti, Azazele continuò la lotta e fu solamente il sesto giorno che egli si piegò. Utilizzando le catene forgiate dall'Altissimo lui stesso, il principe della golosità fu presentato davanti al Creatore


Azazele :grande coppiere e sommelier dell'inferno.


Azazele, disfatto fu presentato davanti all'Altissimo. L'ingordo non diede in nessun caso prova di umiltà e fu con insolenza che guardò il misericordioso dritto negli occhi.

Citation :
« Io pentirmi? Ascoltami allora bene oh gloriosissimo, oh grandissimo. Vengo a Te disfatto e battuto. La vittoria oggi ti appartiene. Ma anche se dovessi tornare indietro, lotterò per la Bestia senza nome. Il vinto ti augura di assaporare la tua vittoria perché te lo dico, mai non abdicherò.La mia lotta ai lati di ciò che chiami il Male è il mio destino ed il mio buono piacere. E se non eri ancora convinto, senti allora questo :

Io rinnego te che ti pretendi il nostro Dio, il nostro superiore.
Credo in te come creatore del cielo e della terra.
Io denuncio ed auguro di rivendicare la tua caduta
Perchè non possa avere alcun giudice.

Prometto fedeltà nel mio odio e la mia lotta contro la tua volontà.
Io aspirare in un mondo di libertà dove ciascuno agisce come gli sembra bene.
Rinnego i tuoi valori che ci costringono e c'alienano
Chiamo alla ribellione contro la tua volontà

Che i tuoi servitori ti girano la schiena.
Che i loro occhi si aprono al tuo Messaggio, la tua Menzogna,
Che tutto vedano il tuo Imbroglio e la tua manipolazione
Oh ti prometto, qui, davanti a Te, di combattere per distruggerti.
A queste parole, l'Altissimo si alzò e da tutta la sua grandezza e magnificenza mandò Azazele sulla luna.

Sulla luna, dalla sua caduta, Azazele vedeva il suo corpo cambiare prendendo una forma molto particolare. Non era più che un'enorme massa di male. Grande sommelier e coppiere si assicura di provvedere alla sete delle anime decadute.[/quote][/quote]

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MessageSujet: Demonografia: Belial   Sam 24 Aoû 2013 - 22:19

Demonografia Belial

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MessageSujet: Demonografia: Belzebù   Sam 24 Aoû 2013 - 22:26

Demonografia di Belzebù


La nascita e l'infanzia di Belzebù


Mentre Oanilonia iniziava la sua lunga discesa verso gli abissi del peccato e si sedeva già sulle rovine della virtù, nacque Belzebù, figlio di Grodass e di Irénée. Pesando sei chili per sessanta centimetri, aveva impiegato numerose ore ad uscire dal ventre di sua madre, lasciandola quasi morta di stanchezza. Esaurita e martoriata nel suo corpo, una grave infezione la condusse alla morte alcuni giorni più tardi, lasciando il buon Grodass alle prese con un piccolo mostro tanto grosso che era insaziabile. Quest'uomo, coltivatore famoso per la qualità della sua produzione, riconosciuto per la sua cortesia e la sua bonarietà, non sapeva come fare per crescere questo marmocchio, difatti, fino a quel momento, solo sua moglie si era occupata di questa impegnativa occupazione, così decise di prendere una ragazza alla pari. I suoi due fratelli, Guignol e Pimpon, si beffavano completamente della venuta di questo piccolo essere che, alla fine, rappresentava solamente una bocca in più da nutrire. Belzebù fu nutrito così al seno fino all'età avanzata di cinque anni, suo padre gli manifestava solamente poco affetto, troppo preso per il suo lavoro ai campi, ma ciò non gli impedì di crescere allevato da una donna grossa e paffuta che risponde al dolce nome di Rita. La donna non amava questo bambino che trovava brutto e sgraziato; a ciò, aggiungeva la considerazione che un poppante che aveva ucciso sua madre per venire al mondo partiva già su un cammino oscuro; così, ella gli rese la vita più dura possibile, non passandogli niente ed insegnandogli solamente il minimo.


Intorno agli otto anni, quando fu in età di svezzarsi dalla sua matrigna, Belzebù fu portato da Grodass, che aveva deciso che suo figlio lo accompagnasse sui campi, per illustrargli come come coltivare i cereali ed inculcargli alcuni principi e valori di base. Fu così che, ogni giorno, che pioveva, che tirava vento o che nevicava, il piccolo ometto si alzava all'alba ed accompagnava suo padre a coltivare le sue terre. Questo ultimo non era mai avaro di consigli, di cui la maggior parte avevano come scopo quello di fare del ragazzino un contadino compiuto:

Citation :
- "Vedi figlio mio, un soldo è un soldo, conserva gelosamente anche il più piccolo denaro perché ha la sua importanza!"
- "Serviti della tua testa, diamine! Devi imparare a vendere ed a commerciare, altrimenti, che cosa farai del tuo grano?"
- "Non dimenticare che se vuoi essere il migliore, occorre che tu sia convinto di essere il migliore!"
- "Non pensare agli altri, pensa a te perché sei tu che vai a gestire tutto questo bordello!"
- "La vita è come un piatto di salsiccia e fagioli, meno sono i fagioli, più è ricca!"

È certo che al giorno d'oggi tali concetti non sono molto significativi, ma ciò non impedisce che questi precetti furono quelli che segnarono a vita questo giovane bambino. Così, Belzebù cominciò molto giovane a comprendere ciò che faceva di una terra una buona terra; egli comprese molto rapidamente anche come commerciare e su cosa giocare per tirare i migliori profitti. Non si curava più dei suoi fratelli, preferendo frequentare suo padre che vedeva in lui un successore promettente. Del resto, quest'ultimo lo metteva spesso davanti quando vendeva il frutto del suo lavoro al mercato, dicendo a chi voleva ascoltarlo che avrebbe preso il suo posto quando sarebbe morto. Ciò fece sviluppare ai suoi due fratelli maggiori una gelosia e un'amarezza che si trasformarono poco a poco in odio viscerale, così che gli facevano subire molti cattivi trattamenti e gli davano colpi e frecciate ogni volta che si incrociavano. Il giovane Belzebù coltivò allora un'immagine di lui, sigillato nell'orgoglio e nella fierezza, pensando che, se i suoi propri fratelli lo maledicevano, questo era perché era migliore di loro. Più avanzava in età, più si faceva vicino a Grodass e più si allontanava da Pimpon e Guignol. Era diventato principe agli occhi di suo padre e nemico mortale per i suoi fratelli. Così, Belzebù non pensava che a lui ed al suo avvenire, era diventato indifferente al prossimo, solo suo padre aveva ancora la sua più alta stima.


L'ascesa e l'accesso alla ricchezza


Quando aveva appena quindici anni, suo padre, Grodass, oramai consumato ed invecchiato per i decenni di un lavoro accanito e senza sosta, venne a lui. Gli chiese di sedersi e di ascoltare ciò che aveva da dirgli:

Citation :
-"Figlio mio... sono vecchio e stanco... guardami, sono curvo come una vecchia megera e non ho approfittato dei miei begli anni. Tu sei il solo della famiglia capace di riprendere ciò che ho costruito col passare degli anni. Queste terre, le mie terre, sono ormai le tue, ed i tuoi fratelli che coltivano per me, avranno il dovere di aiutarti. Ti do fiducia, sai vendere, sai come coltivare il migliore grano ed il migliore mais!"

Belzebù era fiero che suo padre gli lasciasse in eredità tutto ciò che aveva, nonostante fosse dieci anni più giovane del suo fratello mezzano. Non potè trattenersi dal chiedere:

Citation :
-"Ma padre, che cosa farai del tuo tempo adesso? Mi abbandonerai come ha fatto mia madre?"

Grodass aveva sempre pensato che prima della fine della sua vita, avrebbe fatto dei grande viaggi, sapeva che era tempo per lui di partire e spiegò ciò a suo figlio prima di lasciare la casa familiare per sempre. L'aveva incaricato di annunciare ciò ai suoi fratelli e di consegnare a ciascuno di loro una lettera che aveva scritto per essi. Nessuno ebbe più sue notizie e non si sentì più parlare di Grodass ad Oanilonia. Il giovane Belzebù aspettò che suo padre avesse lasciato la casa familiare per stracciare le lettere che avrebbe dovuto consegnare e, sapendo bene che i suoi fratelli non sarebbero stati del parere di loro padre, decise seduta stante di assumere un sicario per proteggere ciò che gli era stato lasciato in eredità. Fece girare alcuni contatti e trovò l'uomo che gli occorreva, un schiavo affrancato venuto del nord, grande come un albero e forte come una roccia, sfregiato e graffiato, di nome Astaroth. Quando Pimpon e Guignol ritornarono dei campi, trovarono la porta chiusa e Belzebù apparve dietro di loro, con affianco la sua guardia del corpo. E' con ferocia ed audacia che dichiarò le seguenti parole:

Citation :
-"Il Padre se n'è andato! Mi ha lasciato in eredità le terre e la casa, ormai tutto ciò che era suo ora è mio! Mi avete rovinato l'infanzia e mi avete guastato la vita, allora, per punirvi, non vi darò niente! E' fuori questione che due fannulloni come voi, che hanno approfittato vergognosamente dei ducati di loro padre per perdere tempo nel corso degli anni, si approfittino oggi del frutto del suo lavoro. Custodisco io i vostri beni ed il resto, partite! Se, per disgrazia, vi prenderà la brama di rimettere piede sulle mie terre, vi invierò Astaroth, incaricato di farvi passare a miglior vita, quindi andatevene e non tornate più!"

Belzebù fece un segno ad Astaroth che si avvicinò ai due uomini, poi li schiaffeggiò entrambi e li gettò a terra; i due fratelli, messi al tappeto, non ebbero altra scelta che sloggiare senza chiedere il loro resto. E' così come iniziò l'ascesa di Belzebù. Mise a profitto ciò che aveva appreso, sostituì i suoi fratelli con degli impiegati che aveva assunto sul mercato e che pagava male, sapendo bene che avrebbe sempre avuto della mano d'opera che accettasse il lavoro. I suoi campi diedero degli splendidi raccolti perché era fine conoscitore delle culture, così che cominciò a guadagnare abbastanza denaro. Ma ciò non gli bastava, si credeva il migliore ma ne voleva ancora, aveva messo da parte tutto ciò che aveva guadagnato e spendeva solamente quando era costretto. Col passare degli anni decise di acquistare altre terre così da diventare un grande proprietario riconosciuto per il suo senso del commercio e soprattutto per la sua intransigenza negli affari. Dei suoi prodotti egli ne sfruttava sempre i migliori benefici, e ciò che guadagnava lo custodiva in un forziere, cercando di evitare di spendere anche la più piccola somma se ciò non fosse rigorosamente necessario. Durante quasi dieci anni, gli occhi di Belzebù non trovarono grazia che in sé stesso, sviluppò un ego sovradimensionato, pavoneggiandosi in Oanilonia dicendo a chi voleva ascoltarlo che era il migliore ed il solo capace di produrre un buon grano.




All'alba della trentina, Belzebù aveva acquistato, grazie alla sua intelligenza e forza di persuasione, la metà delle culture cerealicole di Oanilonia, la sua casa era diventata un grosso podere ed il suo gruzzolo si era trasformato in fortuna. Là dove gli altri permettevano di beneficiare delle loro ricchezze, egli vietava a chiunque di avvicinarsi alle sue proprietà; con il suo fedele Astaroth accanto, era temuto e rispettato ma anche invidiato e mal visto. Ogni mese, gli inviati dei governatori andavano a trovarlo e gli chiedevano se non voleva dare un poco dei suoi beni per aiutare la comunità, ed ogni volta Belzebù rispondeva loro:

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- "Che cosa? Dilapidare la mia fortuna? Ho lavorato sodo per accumulare tutto ciò e nessun altro oltre a me ne approfitterà! Io sono dotato ed i miei raccolti sono i migliori! Uscite dalla mia proprietà e dite loro che, finchè sarò vivo, non avranno niente di mio!"

Così, ogni volta, gli inviati mostravano aria afflitta e rendevano conto ai loro governatori, lamentandosi dell'egoismo di Belzebù e della sua incapacità a comprendere il concetto di interesse collettivo. A coloro che manifestavano davanti ai cancelli del suo podere, il proprietario mandava la sua guardia per terrorizzarli. A coloro che dicevano che aveva più nemici che amici, Belzebù rispondeva che non aveva interesse ad avere degli amici poichè questi erano innanzitutto degli scrocconi.


Il sogno e la rivelazione


Belzebù aveva trentacinque anni e, una notte in cui il caldo dell'estate si era fatto insopportabile, mentre aveva fatto un fatica incredibile ad addormentarsi, fece un sogno strano. Si era visto camminare su una lunga strada desertica, solo, nessuna luce eccetto la chiarezza della luna, nessuna casa, niente a parte questa strada sinuosa. Mentre camminava senza scopo, una creatura fatta d'ombra apparve. Belzebù si fermò e tentò di vedere il suo viso ma vide solamente un'ombra, quindi le chiese che faccia avesse, ma ebbe solamente il silenzio come risposta. Fu quando riprese il suo cammino che la creatura gli dichiarò:

Citation :
- L'ombra: "Belzebù, Belzebù, Belzebù... dove vai così?
- Belzebù: "Non so, avanzo nell'oscurità, vado diritto avanti."
- L'ombra: "Avanzi ma non sai dove vai? Non ti interessa dunque sapere?"
- Belzebù: "Sapere? Sapere cosa? Dove termina questa strada?"
- L'ombra: "Che importa dove termina, l'importante non è dove, ma come!"
- Belzebù: "Che cosa vuoi dire, creatura?"
- L'ombra: "Ciò che voglio dire è che ti accontenti di seguire la strada che è stata tracciata per te mentre potresti tracciare la tua propria strada! Lascia i sentieri battuti e imbocca un altro cammino."
- Belzebù: "Ma... non vedo nessun'altra strada, creatura, non c'è che questa strada!"
- L'ombra: "Belzebù, sei più furbo degli altri, sei più ricco degli altri, potresti avere gli uomini ai tuoi piedi, puoi costruire non importa quale strada a partire da qui, ti basta volerlo! Serviti di ciò che hai appreso, metti a profitto il tuo sapere e usa l'astuzia per diventare il più forte nel tuo campo, vedrai che basta solamente volerlo affinché una nuova strada si offra a te!"

L'ombra sparì in un istante mostrando a Belzebù un nuovo incrocio. Da un lato, la strada sinuosa che aveva percorso a lungo, dall'altro lato, emergeva una strada stretta, dritta e in salita. Decise di seguire questa strada, avendo l'impressione che sapeva ciò che c'era in cima. Svegliandosi la mattina, Belzebù ebbe cura di annotare il sogno che gli era apparso durante la notte. Convocò Astaroth e gli chiese di seguire i suoi ordini alla lettera. Lo mandò al mercato e gli ordinò di acquistare tutti i cereali disponibili e di rivenderli in seguito al doppio del prezzo che li aveva acquistati. Poi, preso da una frenesia incredibile, gli ordinò di introdursi da ogni proprietario di colture e di campi di Oanilonia, di malmenarli e di costringerli a vendergli, al migliore prezzo, tutte le loro colture ed i loro campi. In alcuni giorni, Belzebù riuscì a diventare l'unico produttore di cereali di Oanilonia, ma ciò non gli bastava. Per gestire le sue terre, assumeva ad un salario così basso che non permetteva ai lavoratori di mangiare il loro pasto quotidiano, non avendo altra alternativa, questi ultimi erano obbligati di accettare queste pratiche disoneste. Inoltre, vendeva a dei prezzi talmente elevati da rendere il grano ed il mais così caro che tutta la catena delle merci aveva un'inflazione record. Il grano ed il mais entravano nella composizione del pane, della farina, il mais serviva anche a nutrire gli animali, così, Belzebù aveva fatto man bassa su quasi tutto il mercato e dirigeva di sua mano l'economia locale. Presto, la plebe andò a manifestare e le autorità andarono a trovare Belzebù per esporgli il loro malcontento. Quest'ultimo, troppo contento di vedere che aveva suscitato un tale interesse, non si prese neanche la pena di riceverli. L'uomo non usciva più dal suo podere, lasciando al suo fedele sicario la gestione dei bassi compiti, pretendendo di essere troppo importante per queste cose e che non poteva mescolarsi alla gente di Oanilonia. La sua reputazione diceva che il suo egoismo non aveva eguali che la sua ricchezza e che, presto, sarebbe caduto dalla sua cima. Gli abitanti ed i governatori decisero di reagire e crearono una cooperativa per fare concorrenza a Belzebù, gli allevatori donarono ciascuno una parte dei loro campi per ripiantare del grano e fare abbassare i prezzi, così Belzebù non avrebbe più venduto e si sarebbe allora degnato, forse, di riceverli: così pensavano. Questo fu molto peggio.


L’avvento di un destino


Davanti a tanta audacia, Belzebù fu preso da una collera così terribile che le mura della sua casa tremarono. Ordinò al suo fedele Astaroth di andare nei quartieri malfamati a reclutare i peggiori malandrini e di formare così una milizia per difendere i suoi beni. Gli chiese di prendere i migliori, e con essi, di andare a saccheggiare i campi, uccidere le bestie e bruciare le case di quelli che avevano aderito a questa cooperativa. L'indomani di una notte di terrore, Oanilonia era intirizzita di paura all'idea di affrontare colui che aveva il potere di affamare tutta una popolazione. I contadini non erano soldati ed i miliziani di Belzebù facevano paura anche alle guardie della città, così che tutti non poterono negare l'evidenza della sua supremazia. In alcune settimane, tutti si recarono alla sua casa per assicurargli che accettavano le sue condizioni, e così Belzebù aveva solamente da imporre che gli piaceva. Obbligò gli allevatori a fornirgli una percentuale dei loro redditi in cambio di prezzi accettabili sui cereali, e coloro che si rifiutarono non riuscirono a nutrire adeguatamente i loro animali, le loro mucche e le loro pecore erano così fameliche che non producevano abbastanza carne e latte. Erano bastati solamente alcuni mesi affinché la ricchezza di Belzebù fosse aumentata in modo esponenziale, al prezzo di numerosi sacrifici per la popolazione di Oanilonia. I contadini erano ormai poveri e senza terra, gli allevatori guadagnavano solamente quanto bastava per nutrirsi, ed i soli uomini benestanti erano coloro che avevano piegato la testa a Belzebù. I governatori si erano lasciati corrempere da ingenti somme di denaro, mentre più poveri morivano di fame.
Un giorno di inverno, Guignol e Pimpon tornarono da loro fratello, accompagnati da numerosi paesani, entrambi erano decisamente dimagriti, il viso sottile, e gli chiesero udienza. Belzebù accettò di ascoltarli:

Citation :
- Guignol: "Belzebù... noi siamo sul lastrico per colpa tua, non possiamo neanche più comprare il nostro pane quotidiano... ti supplichiamo di aiutarci!"
- Pimpon: "Ti supplico, sei nostro fratello, non puoi abbandonarci..."
- Belzebù: "Siete due miserabili, non avete nessuna qualità e osate venire a chiedere l'elemosina a me? Io non vi darò niente, se non avete di che nutrirvi è perché siete dei deboli. Io sono ricco ma la mia fortuna appartiene a me, solamente a me, e a nessun altro."
- Guignol: "Pensa a nostro padre che è partito da così molto tempo, è questo ciò che ti ha insegnato?"
- Belzebù: "Gente, io mi sono fatto tutto da solo! Non ho aspettato nessuno per diventare quello che sono. Non vi donerei neanche la più piccola moneta perché non lo meritate! Quelli che oggi muoiono di fame sono quelli che non comprendono niente."
- Pimpon: "Non metti fine a questa follia? Lascerai morire tante persone per il tuo egoismo?"
- Belzebù: "Il mio egoismo? Io non sono egoista, mi sono realizzato e ho attirato le gelosie, sono loro che si chiudono nelle loro certezze e rifiutano di arrendersi all'evidenza. Per la loro mancanza di previdenza, causano la loro propria perdita. Andatevene e non tornate più, se morirete è ciò che meritate!"

Pimpon e Guignol lasciarono i luoghi offesi e raccontarono ciò che aveva detto il padrone del podere agli altri abitanti. Tutti furono offesi da un tale egoismo e compresero che niente avrebbe cambiato quest'uomo. Belzebù era diventato così potente che lui da solo aveva accumulato più ducati di un re, avrebbe potuto gettarli dalle finestre senza comunque subire alcuna perdita, ma tuttavia conservava tutto e non donava niente. La sofferenza del suo prossimo non lo toccava, non aveva alcun amico e aveva più nemici di ogni uomo conosciuto fin qui a Oanilonia. È in questa epoca che l'Altissimo manifestò la sua collera verso Oanillonia e decise di punire coloro che avevano tanto peccato da aver dimenticato il senso della vita:

Citation :
- "Io vi ho dato il mio amore e voi gli avete voltato le spalle, preferendo ascoltare le parole della creatura a cui non ho dato un nome. Avete preferito abbandonarvi ai piaceri materiali invece di rendermi grazie. Ho creato per voi un luogo chiamato Inferno, che ho posto sulla luna, in cui i peggiori tra voi conosceranno un’eternità di tormenti per punirli dei loro peccati. Tra sette giorni, la vostra città sarà inghiottita dalle fiamme. E coloro che vi saranno rimasti trascorreranno l’eternità all’Inferno. Tuttavia sono magnanimo, e quelli tra voi che sapranno pentirsi trascorreranno l’eternità sul sole, dove si trova il Paradiso."

Così, un gran numero di abitanti si rassegnò con grande dispiacere a lasciare questa città ormai maledetta.


La ribellione


E' questo il momento in cui la creatura senza nome si interessò di nuovo a Belzebù; la prima volta gli era apparsa in sogno, ma questa volta venne a sussurrare alle sue orecchie le parole che sono qui ritrascritte:

Citation :
- "Belzebùuuu... Belzebùuuu... ascoltami! Hai mostrato agli uomini che sei il più forte, hai mostrato loro che il debole non ha alcun avvenire tra gli uomini. Tra poco, degli uomini verranno e ti terranno testa, pretendendo che l'amore è ciò che lega gli uomini, parleranno di amicizia e della collera dell'Altissimo. Non li ascoltare perché sono solamente menzogna e malizia."

Belzebù, che non era ciò che si poteva chiamare un credente, aveva poca affinità con coloro che veneravano l'Altissimo. I riti tramandati da Oane gli erano sconosciuti e, a dire il vero, li trovava piuttosto stupidi. Sei altri uomini erano stati avvicinati dalla creatura senza nome, ciascuno, come Belzebù incarnava un vizio, e tutti predicavano contro Dio. Opposti ad essi, sette uomini virtuosi si erano donati per la missione di difendere la parola divina, di predicare l'amicizia, la temperanza, la giustizia, la generosità, la conservazione, il piacere e la convinzione. Per Belzebù, mettere il suo destino nelle mani di un'entità divina non aveva alcun senso, si poteva contare solamente su se stesso e su nessuno altro. E' così che lasciò infine il suo podere insieme ad Astaroth e percorse le vie e le piazze della città per predicare la sua verità:

Citation :
- "Non ascoltate chi vi dice che la fine è vicina! Non ascoltate chi vi fa credere che Dio è Onnipotente! Dio è debole e geloso della nostra realizzazione. Dio non metterà mai le sue minacce in esecuzione perché non ucciderebbe i suoi propri figli! Non partite da Oanilonia, continuate a vivere come avete vissuto e allontanate coloro che predicano per Lui!"

Numerosi furono coloro che ascoltarono lui e gli altri predicatori, così Oanilonia cadde nel vizio più profondo ed il peccato più abietto; Belzebù custodiva la sua ricchezza e scherniva coloro che che non avevano di cosa vivere. Si era circondato di Astaroth e di uomini fedeli, temeva la maggioranza della gente che incrociava. L'avarizia di cui faceva sfoggio non aveva uguali, e coloro che tentavano di derubarlo di ciò che possedeva erano uccisi senza riguardo. La violenza era il mezzo che aveva trovato per proteggersi; mentre si sarebbe potuto circondare di un esercito di uomini fedeli e sinceri per amicizia, si era chiuso in un egoismo così grande che lasciò anche i suoi propri fratelli morire di fame mentre alcune pagnotte di pane avrebbero salvato le loro vite. La sua audacia e la sua prestanza aumentarono l'eco delle sue arringhe oratorie contro Dio e contro coloro che predicavano per Lui. Ovunque si presentava, la sua platea era conquistata, quanto a coloro che si rifiutavano di ascoltarlo o che tentavano di confutare i suoi discorsi, li faceva picchiare senza ritegno, tenendo in considerazione solo il proprio interesse. La città affondò totalmente nel vizio più assoluto, questa città ormai maledetta viveva così dei giorni oscuri pieni di odio, di violenza e di peccati. Belzebù maneggiava le folle tanto bene quanto l'arte del commerciare, manipolava le folle con altrettanta riuscita di quando maneggiava i ducati. Malgrado tutto, egli non faceva niente di questo per gli altri, no, lo faceva per se stesso perché teneva a tutto ciò che aveva impiegato per così tanto tempo a costruire, era la prova che era più furbo; se era il più ricco, questo è perché aveva saputo diventare il più forte, e Belzebù non poteva immaginare un istante in cui il suo destino fosse il frutto di una volontà divina, o che un Dio, qualunque esso sia, avesse un qualsiasi impatto su lui. Secondo lui, Dio aveva lasciato agli uomini la scelta di non amarlo e così aveva lasciato l'avvenire del mondo nelle mani dell'umanità, non comprendeva perché Egli veniva allora a reclamare che lo si venerasse. Con gli altri sei predicatori, Satana, Belial, Azazele, Asmodeo, Lucifero e Leviatano, Belzebù sparse le velenose parole della creatura senza nome con tanto fervore e combattività da essere convinto che nulla sarebbe accaduto.

I primi sei giorni sembrarono durare un'eternità, i tuoni brontolavano ed i lampi si scagliavano; molti decisero allora di lasciare la città ma Belzebù lo sapeva, solo i deboli si piegavano alla volontà di altrui. Quanto ai vistuosi, essi avevano accettato la punizione dell'Altissimo e avevano dato ancora più ragioni a Belzebù di gridare vittoria, perchè faceva sapere a tutti che, se i virtuosi restavano, questo era perché non credevano neanche loro alle minacce dell'Onnipotente. Il settimo giorno arrivò e si abbattè un gigantesco cataclisma, inghiottendo la città sotto la terra dopo averla purificata con le fiamme della collera di Dio. Tutti gli esseri umani che erano rimasti in città furono prelevati, coloro che avevano ascoltato i virtuosi furono accettati in Paradiso, mentre gli altri andarono a crescere le schiere nell'Inferno lunare. Astaroth, che era restato vicino al suo padrone, fu spedito con lui e fu testimone della punizione che era stata riservata a Belzebù.


Un'eternità di Avarizia


Belzébuth fu presentato davanti a Dio come ogni essere umano restato ad Oanilonia; fedele a se stesso, egli si rifiutò di riconoscere la sua Onnipotenza e fu spedito come i suoi sei accoliti sull'Inferno lunare. Il suo aspetto prese la forma del suo vizio ed il suo corpo si deformò tanto che non assomigliava più ad un essere umano. Divenne l'Avarizia che incarnava ad Oanilonia, e prese la forma di un gigantesco ragno ricoperto d'oro, dai mille occhi di diamante.



I peccatori che al giorno d'oggi danno ancora prova di avarizia, mettendo a profitto i suoi precetti e rubando ai poveri per arricchirsi, calpestando gli altri per riuscire, ammassando delle fortune che mille vite non saprebbero spendere, sono condannati da Dio a migrare fino alle gallerie dell'inferno, restando insieme a colui che ha causato la loro perdizione.

Da allora, il principe demone Belzebù regna senza condivisione sulle gallerie ed i baratri dell'inferno, e le anime dannate che hanno peccato di avarizia lo raggiungono per subire un'eternità di tormenti sotto il suo giogo tirannico.

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MessageSujet: Demonografia: Leviatano   Dim 25 Aoû 2013 - 1:07

Demonografia di Leviatano


Infanzia da incubo

Moltissimo tempo fa, Leto, un marinaio onesto e lavoratore, sposò una donna chiamata Hécate.
Lei non era affatto il prototipo della donna serena e felice, come diremmo noi, ma era piuttosto umorale e instabile. Gli anni passarono e la lontananza di Leto, troppo spesso in viaggio per la pesca, trasformò la giovane donna in una acida e poco avvenente matrigna, alcuni direbbero addirittura che fu crudele e cattiva. Sentendosi abbandonata e avendo solo poco denaro, quest’ultima passava il suo tempo libero a vendere la propria virtù ai marinai di passaggio sui moli del porto di Oanilonia.
Hécate rimase incinta durante una delle assenze del marito e fece credere a quest’ultimo che aspettava un figlio da lui. Il povero diavolo non aveva mai diffidato e pensò semplicemente di aver compiuto il proprio dovere coniugale.

Così venne al mondo un bambino che tutti e due scelsero di chiamare Leviatano. Il piccolo, fin dalla tenerissima età, cominciò a mostrare gli stessi segni caratteriali della madre. Con un padre vagante sempre per mare e troppo spesso assente, la sua educazione fu un’incombenza di Hécate, che, nella sua follia, gli fece subire una vita di quelle che non si augurano a nessuno. Picchiato fin dalla più tenera età perché era difficile calmare i suoi pianti, insultato quotidianamente perché era visto come un parassita, Leviatano non godette che di pochissimo amore e dovette subire un odio incredibile durante gli anni. Quando aveva fame, sua madre gli urlava contro e lo attaccava al seno solo quando la sua giornata peccaminosa terminava, così che Leviatano piangeva per tutto il tempo. Quando reclamava un po’ d’amore, Hécate lo percuoteva con una frusta di paglia perché smettesse di disturbarla. E se, disgraziatamente, doveva essere cambiato, doveva restare sporco fino a quando l’odore non diveniva insopportabile ed Hécate finiva per cambiarlo. In nessun momento, la sua infanzia fu piacevole.

Gli anni che seguirono non furono meno difficili per il bambino, vedeva pochissimo il padre e approfittava di quei momenti d’amore che poteva infine condividere. Leto ed Hécate non si capivano più, tanto che urla e schiaffi volavano spesso in famiglia. Per proteggersi dalla madre, Leviatano aveva preso l’abitudine di mentire a ogni pie’ sospinto per non prendere un manrovescio ogni volta che rientrava. Per vendicarsi delle sevizie che gli infliggeva Hécate, aveva sviluppato un’astuzia senza uguali, ma questo non gli evitava tuttavia le sventole e altre angherie. Il giovane ragazzo crebbe così vedendo fin troppo poco colui che amava e che considerava come suo padre. Vedeva sfilare file di uomini nella sua casa che non facevano altro che passare, insultandolo continuamente non appena si accorgevano della sua presenza. Sua madre gli aveva detto che pensava che il suo “genitore” fosse morto, ma lui preferiva mentire a suo padre per salvaguardare l’amore che quest’ultimo gli donava.

Leto aveva la folle speranza di fare di suo figlio un vero marinaio. Così, non appena fu in età di imbarcarsi, decise di portarlo con lui per la pesca. Leto gli mostrava tutti i segreti del mestiere, tutto quello che faceva un buon marinaio e notò subito una certa attitudine per la cosa. Notò anche il carattere collerico e vizioso di suo figlio, che tentò invano di cambiare. Così, gli ultimi anni della sua infanzia, Leviatano li passò tra il mare e sua madre, tra momenti relativamente felici e periodi tragici. Divenne rapidamente molto abile nelle arti marinare e suo padre gli lasciò spesso la barra sulla sua imbarcazione, così bene che Leviatano era già un grande marinaio all’età di quindici anni. A quell’epoca, il giovane adolescente era già considerato un uomo e il suo carattere di fuoco, alimentato dagli accessi di collera, faceva di lui un temibile capitano in potenza. Leto lo comprese bene e gli lasciò il comando di una delle sue barche da pesca.


La giovinezza nel peccato

Non appena fu in età di divertirsi con le fanciulle, Leviatano comandava già una bella imbarcazione da pesca con tutto il suo equipaggio di cui sceglieva i membri egli stesso. Il giovane uomo, già fisicamente più forte della media, si prodigava a prendere marinai docili che non si ribellassero davanti alla sua autorità e ai suoi attacchi d’ira. Leviatano aveva subito talmente tante sevizie e angherie durante la sua infanzia che era stato costretto a reprimere la collera per troppo tempo. Una sera in cui doveva prendere il mare, passò a casa sua per preparare gli ultimi dettagli del suo lungo viaggio e incrociò sua madre, rotonda come una botte che lo insultò pesantemente e gli sputò in faccia con la scusa vaga che fosse un bastardo. Leviatano, che di solito si controllava un minimo, non ci vide più e una terribile collera si impadronì di lui. Si avvicinò a Hécate e la prese per il collo con entrambe le mani. Con gli occhi iniettati di sangue e un ghigno d’odio disegnato sulle labbra, strinse le mani ringhiando, strinse talmente forte che il viso di sua madre divenne rosso con gli occhi fuori dalle orbite. Bastarono pochi istanti perché Hecate smettesse di respirare, Leviatano la lasciò cadere al suolo come un sacco di grano, e il suo corpo fece un rumore sordo stendendosi sul pavimento di casa. Leviatano restò così almeno un’ora a osservare sua madre stesa per terra, non provando alcun rimorso per il gesto che aveva compiuto, ma al contrario sentendosi ancora più forte, e soprattutto liberato da un peso divenuto troppo pesante per le sue giovani spalle.


[Illustrazione del giovane Leviatano, autore anonimo]

Con l’odio nel cuore e la collera nell’anima, Leviatano era ormai incontrollabile, come se il suo matricidio avesse confermato un destino che si stava disegnando già da molti anni. Come aveva preventivato, si imbarcò per una lunga settimana di pesca con tutto il suo equipaggio, dopo aver lasciato Hecate stesa per terra, senza dire nulla a nessuno, perché pensava, così, che trovandola avrebbero pensato ad un omicidio, perpetrato da uno dei numerosissimi uomini che pagavano per i suoi servigi, insoddisfatto della sua prestazione. L’equipaggio, lo aveva scelto con grande cura: prendeva degli uomini sufficientemente robusti per lavorare duro ma anche simpatici. Leviatano amava urlare contro quelli che assumeva, cercando di cogliere l’effetto che producevano le sue grida e i suoi accessi di collera, sperando di provocare una reazione per poter correggere lo sfrontato che osasse aizzarsi contro di lui. Tra i membri dell’equipaggio c’era un ragazzo appena più giovane di lui, chiamato Gabriele. Lo aveva assunto per la sua amabilità e la sua apparente codardia. Si era detto che reclutandolo, avrebbe avuto di che divertirsi e assaporava già tutto il male che avrebbe potuto fargli. Ciò che motivava ancor più il capitano in questa situazione, era che non comprendesse come si potesse essere così calmi e così placidi, per questo si divertiva a cercare la rissa regolarmente e a provocarlo.

Un giorno, arrivò urlando come al solito, sputando sui pescatori non abbastanza rapidi secondo lui, picchiandoli e facendo scoppiare in loro collera e risentimento.
Spesso, alcuni tentavano di ribellarsi e colpire Leviatano, ma quello, contento dell’odio che essi mostravano, evitava sempre i colpi e si accaniva per percuoterli con il sorriso sulle labbra. Gabriele non aveva nulla che potesse essergli rimproverato, faceva bene il suo lavoro, ma Leviatano gli piombò addosso. Lo sgridò per aver trascurato il suo lavoro, urlandogli contro per vedere la sua reazione, ma Gabriele restò calmo e non mostrò né collera né odio. Le ingiurie e le grida di Leviatano scivolarono su di lui come la pioggia su una superficie liscia. Niente di quel che gli diceva lo colpiva né risvegliava la minima collera. Deluso da questa reazione, il capitano lo colpì con forza e ricominciò a guardare altrove. Così, regolarmente durante i lunghi viaggi in mare, Leviatano maltrattava i suoi uomini e in particolare Gabriele, verso il quale sviluppò un odio senza uguali, odio che si materializzò in una collera infinita nei suoi confronti.



L’avvento dell’odio e della collera

Passò qualche anno e gli uomini sotto il giogo di Leviatano constatarono solo un aggravarsi dei suoi difetti: non si contavano più i peccati che aveva commesso, non si contavano più i morti che avevano incrociato la sua strada, e Gabriele, lui, implorava l’Altissimo in silenzio affinché tutto quello cessasse. Sulla nave, non era raro che un marinaio venisse gettato fuori bordo, nella sua follia isterica, e Leviatano lasciò così che alcuni dei suoi uomini annegassero senza che nessuno potesse fare nulla. La giustizia di Oanilonia non era famosa per l’intransigenza, in quel periodo, e un buon numero di accusati se la cavavano facilmente. Vigeva dunque la legge del silenzio, prima di tutto per paura di rappresaglie terribili. L’odio che emanava dall’uomo fu sicuramente ciò che attirò la creatura senza nome verso Leviatano: si avvicinò a lui sotto forma di luogotenente della guardia di Oanilonia, conosciuto come un tiranno senza fede né legge, violento e vile come nessun altro. Una sera in cui era a terra e usciva da una rada, perduto nei fumi dell’alcol, Leviatano vide il luogotenente, appostato sul suo cammino, che gli bloccava il passaggio.


Citation :
Leviatano : "Togliti se non vuoi assaggiare i miei pugni !”

Uomo: “Toh, e tu pensi che saresti capace di farmi male, giovane idiota ?”

Leviatano: "Ne ho ammazzati per molto meno…”

Uomo: “Bene bene... Hai compreso il potere dell’odio...La tua collera ti ha reso molto più forte...Ora, compi il tuo destino!”

Leviatano: “Che? Il mio destino?”

Uomo: “Leviatano, tu ancora non realizzi la tua importanza. Tu comici appena a scoprire il tuo potere...se mettiamo insieme le nostre forze, metteremo fine a questa menzogna che è l’amore e faremo dei forti i maestri di Oanilonia!”

Leviatano: “Parola mia, sei più suonato di me…”

Uomo: “Se solamente tu conoscessi il vero potere della collera...tua madre non ti ha mai raccontato quel che è successo a tuo padre...”

Leviatano: “Oh, me ne ha dette parecchie! Mi ha detto che era stato ucciso!”

Uomo: “No Leviatano, sono io tuo padre!”

Leviatano: “No! Non è vero... non è possibile!”

Uomo: “Ascolta il tuo cuore e scoprirai che dico il vero!”

Leviatano: “Noooooooooooooooooooo...”

Uomo: “Ora compi il tuo destino e uccidi quell’usurpatore di Leto. Presto o tardi apprenderà il segreto della tua nascita e allora tu non avrai più nulla”

Leviatano: “E dopo? Ti rivedrò?”

Uomo : “Quando Leto sarà eliminato e tu diventerai vecchio, allora io tornerò. Usa il tuo odio, giovane marinaio, lascia libero spazio alla tua collera e un giorno ci rivedremo”


La creatura era riuscita a inspirare ancora di più il vizio nell’anima del giovane Leviatano e le sue menzogne resero il capitano ancora più arrogante e vendicativo. Il marinaio ne era tutto rigirato, inebriato e in preda ai peggiori accessi che avesse conosciuto fino a quel momento, e attendeva che Leto tornasse dalla pesca. Preparava così la venuta di colui che credeva essere suo padre, fomentando dei piani per eliminarlo e affilando le proprie armi per combatterlo meglio. Leviatano non aveva più avuto da quel momento alcun sentimento verso gli altri uomini se non l’odio. Era questo, d’altro canto, ciò che caratterizzava il giovane uomo. Infine, la grande sera arrivò, e Leto, stanco e spossato per il viaggio, rientrò direttamente senza passare dalla taverna, come al solito. Dopo la morte di sua moglie, un sollievo l’aveva pervaso e poteva infine approfittare di casa propria, come ogni marinaio faceva. Superò la soglia di casa e si trovò di fronte Leviatano, con un sestante in mano, in piedi e con lo sguardo pieno di furia. Leto volle parlargli per comprendere cosa stesse tramando, ma non ne ebbe il tempo. Leviatano si lanciò su di lui come una volpe su una gallina e gli assestò un violento colpo di sestante sulla testa. Il sangue schizzò e lasciò delle tracce sui muri dell’ingresso mentre Leto si accasciò quasi morto in un lago di sangue scuro e viscoso. Non si udì alcun grido e il giovane uomo, sulla trentina d’anni, lasciò il corpo del defunto sul posto per abbandonare quei luoghi. Alcuni sostennero che Leto fosse morto per un incidente, ma tutti, in fondo, sapevano che era stato Leviatano.

Fu così che Leviatano ereditò la fortuna del padre, le sue navi e divenne ammiraglio di una flotta di pescatori composta da una decina di vascelli più o meno grandi. Oramai, l’uomo non aveva alcun limite al suo potere, oltre la sua notorietà pubblica di isterico urlatore e pazzo furioso, e aveva ora quella di un potente in virtù della sua ricchezza e dei suoi beni. Nessuno osò più opporsi a lui, nessuno eccetto un uomo: Gabriele. Il nuovo stato di Leviatano lo rese ancora più incontrollabile, facendogli scatenare il proprio vizio su tutti, e generando così la collera tra tutti i suoi sottoposti, e solo Gabriele restò impassibile davanti alle sue ingiurie e le sue angherie.
L’ammiraglio ne restava incredulo, non comprendeva come, malgrado tutto lo scatenarsi di violenza di cui subissava Gabriele, potesse restare così calmo, obbediente e lavoratore. Il loro cammino si incrociò meno spesso in seguito, perché Leviatano aveva scelto di navigare solo a bordo del Kraken, una grande nave a tre alberi che lo rendeva fiero e gli dava l’impressione di essere il re del mondo. D’altra parte, non era raro vederlo andare a prua a gridare che era il re del mondo, con le braccia spalancate e lo sguardo verso l’orizzonte, mentre il vento soffiava nelle vele. La pesca era diventata una pessima attività ai suoi occhi e Leviatano decise di lanciarsi nella pirateria. Reclutò dei marinai agguerriti e che non avessero paura di andare contro le leggi, li pescò nelle taverne malfamate del porto di Oanilonia, offrendo loro alcol e donnacce per convincerli a raggiungerlo nella sua ricerca distruttrice e malsana.


[Illustrazione dell’ammiraglio Leviatano, autore anonimo]

Il regno di Leviatano cominciò sul mare di Oane che bagnava la grande città: lui e i suoi sgherri partirono all’assalto dei mercanti e pescatori che navigavano al largo delle coste, facendo mostra di una rara violenza e, per sicurezza, senza lasciare mai nessuno in vita. Fermando in alto mare i pescherecci e altre imbarcazioni di ogni genere, l’ammiraglio si procurò una gran riserva di bene e di merci che rivendette a peso d’oro sui mercati di Oanilonia. Quando passava, appagava i suoi desideri astiosi e violenti, massacrando e fracassando in modo sfrenato, lasciando dietro di sé centinaia di cadaveri. Le autorità della città si accorsero rapidamente che la pirateria aveva infestato le acque locali ma siccome nessuno ne era mai uscito vivo, non avevano idea di chi potesse trattarsi. Leviatano aveva tuttavia conservato la sua flotta di pesca per mantenere una facciata, ma alcuni cominciarono a puntare il dito contro di lui, denunciando a chi voleva ascoltarli che l’ammiraglio era il pirata del mare di Oane. Fu tutto vano e Leviatano si prese carico personalmente di eliminare chi lo accusava, con un certo piacere per di più. Vennero trovati così diversi uomini sgozzati in piena pubblica piazza.

Ogni volta che tornava sulla terraferma, Leviatano incontrava senza dubbio Gabriele, come se le loro storie fossero legate da un destino comune. Quest’ultimo cercava sempre di far tornare in sé il collerico marinaio, spiegandogli in cosa il vizio lo stava precipitando negli abissi. I loro incontri si concludevano generalmente nello stesso modo, con un grande schiaffo sul viso di Gabriele. Un osservatore riportò una delle loro conversazioni, che faceva più o meno così:


Citation :
Gabriele: “Leviatano, perché tanto odio?”

Leviatano: “Perché in tutta l’umanità mio caro ragazzo, non ci sono che due tipi di uomini e solo due. Quello che resta nel posto in cui deve stare, e quello che ha i piedi sul tronco dell’altro!”

Gabriele: “Mioddio, ma che orrore! Che cosa hai passato per coltivare tanto odio e tanta collera verso gli altri?”

Leviatano: “Mi stai stancando, sai? Andrai a raccogliere una violaciocca a cinque petali sulla tua spugna altrimenti...”

Gabriele: “Lo sai, non ho paura delle tue minacce e i tuoi colpi non mi faranno mai reagire! Detesto la violenza perché è madre della sofferenza!”

Leviatano: “Ma non è vero! Non ti hanno mai insegnato a tacere? Dovrei farti arrostire come un maiale, insieme alla tua famiglia, perché tu la smetta di rompere?”

“Gabriele: “Non smetterò mai, a meno che tu non decida infine di cambiare!”

Leviatano: “Non cambierò mai, non mi lascerò mai schiacciare da un debole come te! E questa volta le prenderai sul serio!”


Così proseguiva la vita di questi due esseri che, senza saperlo, erano legati per l’avvenire in una folle ricerca propria di ciascuno. Gabriele non rinunciò mai all’idea di riportare Leviatano sulla retta via e questo non fece che peggiorare il disprezzo che quest’ultimo nutriva per lui. il carattere psicopatico di Leviatano era noto a tutti così bene che la maggior parte delle persone che conoscevano la coppia infernale si domandava quando Leviatano avrebbe ucciso Gabriele, ma alcuni pensatori dichiararono con intelligenza che l’ammiraglio non avrebbe eliminato mai il virtuoso perché senza di lui non avrebbe avuto ragione di vivere.

Un bel giorno, Leviatano, sempre più intrigato dalla temperanza di Gabriele, lo fece venire da lui. Quando questo arrivò, vide suo padre, Voriano, attaccato ad un pilastro di legno. Il malevolo marinaio gli disse che suo padre aveva perduto un intero carico di pesce, che era un cattivo elemento e che meritava una correzione. Leviatano cominciò allora a colpire Voriano. Gabriele lo supplicò di fermarsi, ma più supplicava, più Leviatano colpiva forte. Colpì così forte che trafisse il ventre di Voriano in un’esplosione di sangue. Quest’ultimo morì sul colpo, accompagnato dai pianti di suo figlio. Leviatano si aspettava che Gabriele reagisse e, pieno di collera, tentasse di vendicare suo padre, ma egli non fece nulla: si girò e lasciò quel posto dicendo all’assassino che l’odio e la collera non avrebbero prevalso e che la sua fine era vicina. Aggiunse che Dio avrebbe punito Leviatano per i suoi peccati e che sarebbe stato condannato ad un’eternità di sofferenza. Quella volta, non lasciò a Leviatano il tempo di rispondere, e se ne andò con l’anima in pena e l’Ammiraglio si domandò allora se quel che avrebbe dovuto fare perché il suo eterno avversario si degnasse di dargli ragione, fosse picchiarlo. Così, negli anni seguenti, si scatenarono periodi di violenza e di odio, omicidi e assassini senza motivo, e il piacere che prendeva Leviatano nell’uccidere e nell’assecondare i propri accessi d’ira divenne sempre più intenso. Non incontrò più Gabriele per molto tempo, ma coltivava per quell’incontro un disprezzo senza uguali con il quale aveva potuto arrivare fin lì. Gli atti di pirateria dell’Ammiraglio divennero leggenda nel mare di Oane e la sua reputazione ne divenne così grande che si arrivava a pagarlo perché risparmiasse un’imbarcazione. Abbandonò definitivamente la pesca e trasformò la sua flotta di battelli in squadre di filibustieri al suo servizio, che compivano scorrerie per mare contro i venti e le maree per suo conto.


La punizione di Dio

Oanilonia era oscurata dal vizio e dal peccato, l’odio, la guerra e la violenza fecero la loro apparizione e gli uomini dimenticarono definitivamente l’amore dell’Altissimo, tutti tranne sette virtuosi che avevano sempre predicato l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo, ognuno con la propria virtù. La città era divenuta un vero inferno dove i forti e i deboli si uccidevano tra loro per il potere. La creatura senza nome era allora tra gli angeli e preparava la sua vendetta contro l’Altissimo, mostrandogli attraverso gli atti dei mortali che la sua risposta era quella giusta. Ma Dio, anche se era Amore, non era uno stupido. Non aveva reso gli uomini Suoi figli perché si comportassero in questo modo, non aveva sottomesso loro le altre specie né lasciato libertà di scegliere il proprio destino perché si distruggessero gli uni con gli altri in quel modo, così prese la decisione di punire quegli uomini che popolavano allora Oanilonia, culla della civiltà. Decretò che avrebbe fatto sprofondare la città negli abissi della terra e dei fuochi della divina punizione dopo sette giorni. Nella Sua eterna bontà, aggiunse che tutti quelli che fossero partiti sarebbero stati risparmiati e che quelli che avessero fatto penitenza sarebbero stati ammessi nel paradiso al Suo fianco.

La creatura senza nome decise allora di tornare da Leviatano perché a memoria d’uomo nessuno aveva mostrato così tanta collera né manifestato tanto odio verso il prossimo. La creatura pensava che con un tale uomo, avrebbe potuto convincere moltissima gente ad aderire al significato che lei dava alla vita umano. È nelle sembianze del luogotenente che tornò dall’uomo sanguinario per domandargli di predicare la collera. Leviatano che aveva vissuto solo attraverso la collera e la follia, accettò, era completamente d’accordo con il fatto che il forte dominava il debole e che quello avrebbe dovuto essere sempre. Per lui, l’amore era riservato ai deboli. L’Ammiraglio, come sei altri uomini, decise di diffondere il messaggio della creature alla quale Dio non aveva donato un nome. Così, si avvicinò al porto di Oanilonia per l’ultima volta e scese a predicare la collera.
Ecco un estratto di una delle prediche dell’Ammiraglio Leviatano riportato da un sopravvissuto di Oanilonia che aveva lasciato la città maledetta il sesto giorno:


Citation :
Leviatano: “Il cammino degli uomini è disseminato di ostacoli che sono le imprese altruiste che fanno, senza fine, sorgere l’opera dei virtuosi. Benedetto sia l’uomo di buona volontà che, in nome della collera, si farà pastore dei forti guidandoli nella valle dell’ombra e della morte e delle lacrime perché egli è il guardiano di suo fratello e la provvidenza dei suoi figli smarriti. Io abbasserò il braccio con una collera terribile, con una vendetta furiosa e potente sugli uomini empi che predicano e diffondono il messaggio di Dio. E tu saprai perché il mio nome è l’ammiraglio quando su di te si abbatterà la vendetta del peccatore!”


Sei giorni passarono sotto il diluvio, l’uragano, la grandine e il vento, moltissimi furono quelli che lasciarono la città maledetta che era oramai diventata Oanilonia nella speranza di sopravvivere all’apocalisse che si stava abbattendo. Ma Leviatano restò, convinto di aver ragione e che l’amore non era il senso della vita. Predicò ancora e ancora per dire che il forte dominava sul debole e dichiarò senza sosta che la collera e l’odio erano le genie salvatrici nel momento in cui erano usate come si doveva. L’Ammiraglio era convinto che Dio non avrebbe ucciso le proprie creature perché Egli era debole e lo aveva, secondo lui, dimostrato lasciando agli uomini il libero arbitrio. Instillò nel cuore dei più malvagi l’idea che se Dio fosse stato forte, avrebbe avuto collera e vendetta invece di amore e temperanza. Leviatano citava come esempio Gabriele che perdeva tempo, a suo dire, a predicare l’amicizia, l’amore e provava attraverso i suoi atti la propria mancanza di coraggio. Molti ascoltarono con interesse i propositi del marinaio e molti lo seguirono in quella folle impresa e uccisero coloro che si rifiutavano di ascoltare Leviatano, numerosi furono quelli che passarono l’arma a sinistra durante quelle sei lunghe giornate. Ma, durante una predica brillante che stava tenendo sul porto di Oanilonia, un uomo, l’ammiraglio Alcisde, giunse per cercare di far tacere Leviatano. L’uomo era un amico stretto di Gabriele e pensava senza dubbio di riparare ad anni di ingiustizia, così aveva preparato con il suo amico l’evacuazione di un gran numero di cittadini per mare. Leviatano, folle di rabbia e di collera di essere preso alla sprovvista, gettò un’enorme trave sulla nave, piena di uomini e donne fino a scoppiare, per immobilizzarla. Tutti così sarebbero morti con Oanilonia. Leviatano assistette all’impresa di Gabriele che salvò il battello e vide i sopravvissuti gridare evviva verso quest’ultimo. Tutto questo lo rese ancora più folle di rabbia, ma decise di andarsene piuttosto che intervenire ancora contro Gabriele.

Poi arrivò infine il settimo giorno, l’ultimo giorno di Oanilonia che stava per sprofondare nell’oblio ed essere ricordata solo attraverso testi sacri. La terra si mise a tremare e delle faglie enormi si aprirono ovunque, delle fiamme infernali spuntarono dalle profondità della terra e bruciarono la città. Leviatano decise quindi di abbandonare la città e si imbarcò all’ultimo momento sul Kraken, il suo vascello più veloce. Pensò di sfuggire alla collera dell’Altissimo navigando verso il largo. Fu in quel momento che incrociò per l’ultima volta lo sguardo di Gabriele rimasto in porto, e Leviatano pensò che Gabriele fosse folle a credere a quel punto nell’Onnipotente e non capì perché egli avesse deciso di lasciarsi portar via con la città. Navigando più veloce che poteva e uscendo dall’imboccatura del porto, Leviatano pensava di averla scampata ma gli elementi erano scatenati e un terribile mulinello si formò intorno al Kraken che alla fine lo inghiottì. Venne alla fine il turno di Oanilonia che sparì nel’abisso travolto dalle fiamme purificatrici della collera dell’Altissimo.


Un’eternità di collera

Leviatano come gli altri sei uomini che predicavano per la creatura senza nome, e come tutti quelli che restarono a Oanilonia, peccatori o virtuosi, fu condotto davanti all’Altissimo. Anche in quel momento la sua collera non diminuì, e i suoi occhi fiammeggianti e striati di venuzze rosse non tradivano alcun acquietamento e la sua punizione fu terribile. Aveva a quel punto incarnato la collera e Dio lo inviò sull’inferno lunare con il titolo di principe demone, Egli trasformò il suo corpo perché diventasse il peccato attraverso il quale era vissuto. Così, Leviatano prese l’aspetto di un immenso toro muscoloso con gli occhi iniettati di sangue, che soffiava fiamme dal naso. Fu condannato a passare l’eternità nelle piane dell’inferno.


[Illustrazione del Principe demone Leviatano
dopo il proposito di Sypous, autore anonimo]

Per l’ultimo giudizio, i mortali si presentano a Dio. Secondo le azioni, le parole e i pensieri che hanno avuto durante la loro vita terrena, e in funzione del cammino che hanno scelto, essi vengono inviati a soffrire un’eternità di supplizi al servizio dei principi demoni oppure a vivere un’eternità di piacere accanto agli arcangeli. Quelli che hanno peccato di collera e che si sono abbandonati all’odio verso gli altri uccidendo e spargendo infelicità, quelli che hanno tentato con tutte le loro forze di lottare contro la propria condizione, raggiungono i ranghi di Leviatano, Principe demone della collera.

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MessageSujet: Demonografia: Lucifero   Dim 25 Aoû 2013 - 14:43

Demonografia di Lucifero

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MessageSujet: Libro delle Virtù - Libro I - Il mito Aristotelico - I principi Demoni   Dim 25 Aoû 2013 - 14:49

Demonografia di Satana



La nascita di Satana


C'era una volta, tanto tempo fa, quando a Oanilonia la vita era ancora piacevole e pacifica, un giovane di buona famiglia di nome Gael Sybarite, che si innamorò perdutamente di una delle donne più belle della città. Il suo nome era Aurora. Il biondo dei suoi capelli non aveva eguali se non la limpidezza dei suoi occhi blu, la sua gentilezza e la sua bontà erano ammirati da tutti. Gael iniziò a corteggiarla e la bella Aurora ne rimase lusingata. Dopo qualche tempo, concesse con gioia la sua mano a Gael, che l'amava segretamente dal più profondo del cuore da molti anni.

Passavano gli anni e i due amanti erano molto felici. Ma Aurora non era in grado di dare alla luce una discendenza. Si sentiva in colpa per non aver donato al marito quel figlio che tanto aspettava. Si era recata ad Oanilonia presso i migliori medici che le diedero preziosi consigli. Ma il tempo passava e non succedeva niente, anzi più invecchiava e più calavano le possibilità di rimanere incinta.
Allora Aurora si mise a pregare con tutta la sua anima, con tutta se stessa. E la donna, nelle sue preghiere, pur avendo un cuore puro come l'acqua di un fiume, non poteva trattenersi dal chiedere, a tutti i costi, un bambino. Era disposta a tutto per rendere Gael felice ed orgoglioso di lei.

Il suo desiderio, così intenso, così profondo, finalmente si realizzò e, grazie a quella felice unione, nei primi giorni di primavera, nacque un bellissimo bambino. I capelli neri come l'ebano, gli occhi verdi come la giada: fu la felicità di queste buone persone e l'orgoglio degli abitanti attorno. Alla vista di quel neonato che non era mai sazio dal seno di sua madre, Gael decise di chiamarlo Satana. I due genitori dimenticarono presto quegli anni di tormento e si dedicarono al piccolo che avevano desiderato per cosi tanto tempo.





I primi anni della loro vita a tre furono benedetti. Tutto sembrava andar bene e farli felici. Gael faceva molti affari e guadagnava sempre più ducati. Aurora era una casalinga occupata ed una madre amorevole. Satana stesso era un bambino brillante e curioso. Era interessato a tutto e non importava se ogni tanto faceva qualche birbanteria, tutti lo perdonavano subito.
Ma tale felicità non sarebbe durata per sempre. Satana aveva compiuto da poco il suo dodicesimo anno quando Aurora all'improvviso si ammalò gravemente. Dopo diversi mesi di atroci sofferenze, morì senza che nessuno riuscisse a salvarla. Gael, folle di amore e di tristezza,, fuggi dalla città e si tolse la vita gettandosi dalla scogliera vicina a Oanilonia.

Satana rimase quindi solo, abbandonato dagli amorevoli genitori, e si rese ben presto conto nella loro assenza che aveva assolutamente bisogno di loro. Gli rimaneva una vasta eredità, avvelenata da una famiglia distrutta. Voleva ritrovare lo splendore della sua infanzia, a tutti i costi. Il giovane ragazzo si mise in testa di accumulare tutto ciò che trovava a Oanilonia e che avesse un pò di valore. Ma non era abbastanza. Non era mai soddisfatto. Nulla di quello che comprava dava sollievo ai suoi occhi. Niente di ciò che gli offriva la vita avrebbe potuto colmare la voragine che animava il giovane uomo dallo sguardo ombroso.
Egli cambiò irrimediabilmente e perse gradualmente quel bagliore infantile che gli aveva trasmesso la madre.

I suoi pensieri oscuri e gli infiniti dolori attrassero la Creatura Senza Nome. Lo vide come un ospite predestinato a incarnare uno dei peccati del mondo e decise di sopraffare con amarezza e rimpianto il cuore del giovane Satana, per lasciare in lui un'invidia insaziabile e inesauribile.






Mai, delle ricchezze accumulate...


L’ancora giovane Satana rese il suo latifondo oltraggiosamente redditizio a scapito dei contadini locali. Si accaniva contro di loro e li faceva impoverire senza alcun rimorso, rivendicava la metà del loro raccolto e, anche se guadagnava in un giorno tutto quello che sarebbe bastato a chiunque per tutta la vita, non era mai soddisfatto.

La miseria di questa povera gente lo rallegrava, la loro povertà lo soddisfava. E, a ogni giorno e a ogni ora, desiderava causare ancora più tristezza, più disperazione, più rancore. Perché nulla ai suoi occhi valeva più di quello che sentiva nel profondo del suo essere. Perché i suoi sentimenti erano logorati dall’odio verso l’umanità, verso coloro che potevano ancora aspirare alla felicità.

Questo era il suo nutrimento, la sua rivincita sulla vita, la sua vita stessa.



E solo l'innocenza potè resistergli…


Un giorno d'inverno, mentre passeggiava nei suoi possedimenti, Satana vide una piccola capanna nascosta dietro dei grossi alberi. Furente che qualcuno vi si potesse nascondere per non pagare il dazio che aveva imposto, aprì la porta con grande foga. Di fronte a lui, apparve una fanciulla di una grazia divina, con la pelle lattea e le labbra rubino.





Decise immediatamente che sarebbe dovuta essere sua, come tutte le cose belle di questo mondo. La esortò a seguirlo nel suo palazzo in modo da poterla sposare. Purtroppo per lui, Aliénor, perché quello era il nome di questa giovane donna, aveva dedicato la sua vita alla Altissimo e si rifiutò di sposare il bello e tenebroso Satana. Iniziò allora a corteggiarla, proprio come fece un tempo suo padre Gael con sua madre Aurora. Poichè era chiaro, nella mente malata del giovane, che Aliénor sarebbe stata perfetta per la sua progenie. Ma Aliénor ogni giorno rifiutava le sue avances, sia quelle mielate, sia quelle passionali che quelle di una violenza senza precedenti. Ogni giorno, Satana tornava a casa ubriaco di rabbia e ogni giorno si sfogava su uno dei suoi schiavi.

La sera del novantanovesimo giorno di corteggiamento, infuriato per essere stato ancora respinto dalla sguattera, ordinò ai suoi sottoposti di sequestrarla e di torturarla prima di bruciarla viva. Questi ultimi appartenevano alla guardia del corpo del giovane signore ed erano incaricati di riscuotere i tributi dalle sue terre, abituati a far soffrire mille dolori a coloro che si rifiutavano di pagare il dazio. Fecero come Satana ordinò loro.

Le grida di Aliénor echeggiarono per la tenuta e la poverina bruciò per delle ore. Quella stessa notte, dal cadavere della vergine ancora fumante, Satana recuperò un ciondolo rosso sangue che ella portava al collo e che doveva essere il suo unico tesoro. Appese quel ciondolo al suo collo, lo portava con orgoglio, simbolo della sua vittoria contro l'innocente ragazza.





Satana continuò il suo cammino verso il Vizio Estremo, verso la distruzione. Due giorni dopo questo incidente, uno dei suoi fidati luogotenenti, Simplicio, si innamorò di una donna che viveva in città. Non riuscendo a sedurla, provò comunque a conquistarla con la forza. Ma un uomo intervenne e gli cavò l'occhio destro.
Il suo nome era Michele.
Umiliato, Simplicio andò a lagnarsi dal suo crudele maestro, che, disgustato dal genere femminile dopo la morte di Aliénor, inviò tutta una truppa per arrestare la famiglia di questa Emmelia.





Successivamente, ordinò ai suoi scagnozzi di rapire ogni giorno una donna dalla città, affinchè si donasse a lui e soddisfasse i suoi desideri. Tutte coloro che si fossero rifiutate, sarebbero morte. Le altre avrebbero vissuto ancora un po'.

Eppure questo non era sufficiente a renderlo felice, ed egli voleva ancora di più: le madri e le vergini, i tesori e i campi... Nulla riusciva a placare Satana e il suo corpo era segnato ogni volta un po' di più delle atrocità che faceva patire agli altri.

La sua invidia non conosceva riposo. E neanche la sofferenza subita dagli abitanti di Oanilonia.
In quel momento, Satana non aveva più nulla di umano e chiunque attraversasse la sua strada veniva spaventato dal suo aspetto bestiale. Alcune escrescenze deformavano la sua testa e ogni centimetro della sua pelle era coperto di cicatrici, vestigia dei suoi impulsi sadici.



Dio punisce allora gli uomini…


Bisogna sapere, a quei tempi, Satana non era l'unico uomo ad essersi abbandonato al peccato. Infatti, la città di Oanilonia, così prospera, era diventata l'antro del vizio e la Creatura Senza Nome godeva di come li regnasse il caos.
Furioso, Dio decise quindi di punire la razza umana, distruggendo l'intera città di Oanilonia.

Alcuni, allora, che non si rendevano conto di quanto grandi fossero i loro peccati e che non potevano accettare l'idea di lasciare questa vita piena di dolci sapori per una morte certa, decidero di fuggire per evitare la Collera Divina.

Degli altri, sette di numero, avevano piena consapevolezza dei vizi che incarnavano e furono scelti dalla Creatura Senza Nome. Per sua istigazione, predicarono la ribellione contro l'Altissimo e riuscirono ad adescare molti adepti per la loro causa.

Satana predicò con tutto il suo odio. La sua energia scatenata dal sostegno dell' Innominata Bestia lo guidò per infondere a ciascuno la Brama che tutti gli uomini dovevano avere. Questa Brama era l'incarnazione di tutta la perversione umana e Satana la impersonificava. Egli gridava loro di volere, sempre e senza sosta.. Li esortava a desiderare sempre di più, a diventare loro stessi una Brama a pieno titolo, come un fine in sè. Il Principe Bramoso era così convinto dei propositi che avanzava da persuadere delle povere anime. Esultava, gioiva di tutto ciò.

I suoi occhi verde luminescenti di morte affascinavano l'interlocutore, la sua ricchezza e la sua bellezza demonicaca diventavano il primo desiderio di coloro che lo ascoltavano. Ognuno elogiava la sua prestanza e la sua virilità. La folla iniziò a desiderare ognuno ciò che avesse l'altro. L'Invidia divenne un veleno che trasuda da tutti i pori. Della schiera del Vizio permanente che inondava la Città Maledetta, gli orrori divennero legioni senza nome e sui rifiuti putrefatti delle orme del passato, Satana si ergeva orgogliosamente in piedi con le sei altre incarnazioni demoniache in segno di sfida contro l'Uno.

Il settimo giorno dopo la sentenza di Dio, la città fu inghiottita, e con essa, le sette incarnazioni del peccato. Satana non sentiva alcun dolore, talmente il suo spirito avesse preso possesso del suo corpo e si fosse inabissato nel numero di desideri che aveva in sè. Aveva perso la ragione, e non si rendeva conto che non desiderava più nulla. Aveva nel suo essere nient'altro che il desiderio ultimo di voler desiderare





Resta per l'eternità con i suoi peccati ...


Satana fu confinato con gli altri sei uomini sulla Luna e fu punito con una eternità di sofferenza sotto il titolo di Principe Demone.

Il suo corpo, già ferito all'estremo, fu trasformato in modo da riflettere le tenebre della sua anima.

I suoi capelli, che un tempo erano il suo orgoglio, si allungarono e si fusero con il suo corpo a formare due grandi ali chitinose come quelle di un pipistrello. Le lacrime dei suoi bei occhi, che scorrevano per la rabbia irrazionale e per il desiderio, bagnarono il ciondolo di Aliénor e finirono per colorare poco a poco tutto il suo corpo. La sua pelle poi cangiò diventando color ametista. Il ciondolo di Aliénor si incrostò nella sua carne e, così incastrato, gli avrebbe ricordato per l'eternità il suo amore perduto.

Si circondò, nel suo interminabile tormento, di oro, argento e gioielli, dei piatti più squisiti, di uomini e di donne i cui corpi gareggiavano in bellezza. Lasciava ciascuno di essi divorare con lo sguardo i suoi tesori e le sue meraviglie finché non si divoravano interiormente essi stessi.

Infatti, nella sua crudeltà più totale, decise che, chiunque li avesse toccati, avrebbe sofferto un dolore terribile. Così manteneva il suo bottino. Così poteva vedere il suo stesso desiderio negli occhi degli altri. Ed egli si compiaceva nell'osservare la sofferenza che rodeva anche a lui.






Al Principe Demone s’oppose l’Arcangelo…


A Satana, Principe Demone dell'Invidia, si oppose Michele, Arcangelo della Giustizia. Quest'ultimo fu, nei giorni della sua vita, il fratello della bella Emmelia, di cui si era innamorato uno degli scagnozzi di Satana.

Inoltre, troviamo Satana combattere contro di lui nella famosa leggenda di Mont St. Michel, che risale all'epoca in cui alcuni Barbari adoravano divinità alcoliste.

Uno di essi, di nome Saathan, onorava il suo dio, sacrificando i suoi figli. Questo barbaro perseguitava una comunità di fedeli che cercò di fuggire, ma si ritrovò bloccata nella foresta vicino all'oceano.

Preferendo morire tra le onde del mare piuttosto che per mano di Saathan, i fedeli pregarono San Michele affinchè si preparasse ad accoglierli in paradiso.

L'Altissimo, in disaccordo con questa decisione, perché l'uomo non può decidere l'ora in cui si ricongiungerà con l'astro solare, ordinò loro attraverso un messaggero celeste di costruire un recinto utilizzando i tronchi degli alberi. Una volta costruito, avrebbero dovuto accendere un falò in modo che il barbaro scoprisse la loro posizione.

I fedeli eseguirono la volontà di Dio e, dopo sette giorni, il fuoco fu acceso. Le truppe di Saathan arrivavarono e cominciarono ad attaccare la palizzata. Nel momento in cui la comunità si apprestava a difendersi, con pietre e lance, l'arcangelo Michele, indossando un'armatura e brandendo una lancia e uno scudo, apparve in mezzo alle fiamme che ardevano già da qualche ora.

San Michele lanciò la sua arma verso l'orizzonte e il mare, sollevato, inghiottì le truppe del barbaro.

L'Arcangelo Michele immediatamente riconobbe in Saathan un suo nemico intimo. I suoi occhi verdi luminescenti di morte non lasciavano dubbi. Il pagano era stato posseduto dal Principe Demone e corrotto dagli stessi peccati di Satana: la brama inalterabile di avere quello che desiderava, a cui nessuno poteva resistere.



Nel cuore dei peccatori, risuona il canto di Satana…

Satana, quando era ancora giovane e vivo, era solito cantare a tutte le ore del giorno e della notte questa canzone.
Queste parole non sono state perdute, dal momento che chi si abbandona al vizio del desiderio ha questo ritornello in mente:

Il desìo cerco,
Un cuore prezioso, quello cerco.
Lasciami vedere se lo hai tu
E se così fosse, diventerà mio.
E se non l'hai?
Il desìo cerco,
Tutto ciò che tu possiedi, quello cerco.
Lascia che ti distrugga, che mi devo arricchire,
per divenir mio.

_________________

Grand Prieur de l'Ordre Franciscain
Doyen du Séminaire Franciscain - Maître des novices franciscain
Préfect du Saint Office
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