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 Libro delle Virtù - Libro II - La vita di Aristotele - Parte I

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Franciscus_bergoglio
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MessageSujet: Libro delle Virtù - Libro II - La vita di Aristotele - Parte I   Dim 25 Aoû 2013 - 14:56

Libro delle Virtù

Libro 2. La vita di Aristotele


Parte I - I Discorsi


Capitolo I- La nascita.
Capitolo II- La rivelazione.
Capitolo III- L'Anima.
Capitolo IV- L'avvenire dell'Anima.
Capitolo V- I giorni erranti.  
Capitolo VI- Il maestro.
Capitolo VII- La Rottura.
Capitolo VIII- L'unità di Dio.
Capitolo IX- La natura degli astri.
Capitolo X- La morale.
Capitolo XI- Il sogno.
Capitolo XII- L'eremita.
Capitolo XIII- Il ricevimento da Polifilo.
Capitolo XIV- Il giovane filosofo

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo I   Dim 25 Aoû 2013 - 15:45

Dialogo I - La nascita

La Vita di Aristotele

Difficile è il compito di colui che vuole immergere lo sguardo nell’abisso dei secoli passati, e che con sue parole tenta di far rivivere nei cuori gli eroi di quei tempi. Se ve n’è uno la cui vita merita di essere raccontata, non è forse quell’Aristotele i cui insegnamenti rischiarano ancora la nostra vita e la nostra morte?
Ecco quello che io, povero fedele, voglio raccontarvi oggi. Se la semplicità di questo racconto vi tocca, se la nobile figura del Saggio vi giunge fino al cuore, allora la mia opera avrà fatto sorridere le potenze celesti.

Introduzione

Vita di Aristotele il saggio, servitore dell’Altissimo, a cui venne rivelato il Verbo divino e che annunciò la venuta della salvezza e della luce.

Capitolo Primo

In quel tempo, una grande notizia si sparse nella città di Stagira: i saggi astrologi avevano appena scoperto una cometa sconosciuta nel firmamento. Subito l’assemblea della città si riunì nell’agorà, per tentare di decifrare il messaggio che i cieli volevano trasmettere agli uomini. Ma purtroppo il loro cuore era oscurato dalla fede erronea in falsi dei, ed essi si smarrivano in empie supposizioni: per qualcuno si trattava della venuta di Ermes dai piedi alati; per qualcun altro il fulmine di Zeus stava per abbattersi fra gli uomini, e si stava preannunciando la fine dei tempi.
Solo un uomo nell’assemblea taceva: sua moglie stava per partorire e l’angoscia che provava non gli permetteva di intervenire. Egli non era tuttavia il meno saggio, né il meno ascoltato. Si leggevano sul suo volto la nobiltà e la pace, così come i segni del duro lavoro e di una vita priva di indolenza.

Dato che il dibattito volgeva al termine senza che fosse stata raggiunta alcuna soluzione, l’uomo tornò di corsa a casa.

Lì, sdraiata su un letto di pelli, sua moglie aveva appena messo al mondo un figlio. L’uomo si avvicinò rispettosamente al neonato, lo prese in braccio, lo sollevò verso il cielo dicendo: “Potenze celesti, vi affido mio figlio. Dategli una vita retta e giusta. Possa egli avere un cuore puro, un’intelligenza vivace e una virtù impeccabile. Possa la vostra saggezza guidare i suoi passi e i suoi pensieri, affinché la sua esistenza sia come una solida quercia all’ombra della quale gli infelici verranno a riposarsi.” Rimettendo il bambino vicino alla madre, l’uomo s’inginocchiò vicino al letto e restò per lungo tempo immobile, contemplando in silenzio la moglie e il figlio.

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo II   Dim 25 Aoû 2013 - 15:48

Dialogo II - La rivelazione

Capitolo secondo

Un giorno il giovane Aristotele, quando aveva solo cinque anni, volle sedersi presso al tempio del falso dio Apollo nella città di Stagira. Il tempio si trovava su una collinetta all’estremità est della città. Al bambino piaceva guardare le alte colonne di pietra bianca stagliarsi nell’azzurro del cielo.

Mentre si avvicinava ai gradini del tempio si fermò, come immobilizzato da una forza invisibile. Non comprendendo cosa avveniva, si voltò in direzione della città per chiamare la madre Festide, che si trovava poco lontano. Ma dalle sue labbra non uscì alcun suono.
Il terrore cominciava a invadere la sua anima, quando un rombo di tuono squarciò il cielo sopra il tempio del falso dio. Un fulmine lo colpì nel mezzo ed esso crollò ai piedi del bambino.
Poi, una voce possente che faceva fremere i cieli risuonò nella mente di Aristotele; diceva: “Ecco quello che la mia potenza riserva agli idoli che si fanno onorare come fossero dei. Cerca l’unico Dio, cerca la Verità e la Bellezza, poiché un giorno verrà colui che ristabilirà tutto".

Scosso, il bambino cadde a terra, privo di sensi. Quando riaprì gli occhi era in casa del padre, e sua madre era amorevolmente china su di lui: “Figlio mio, che ti è successo? Ti abbiamo trovato vicino al tempio crollato, col viso rivolto al cielo. Ti è forse apparso il dio? Chi ha distrutto il tempio?”
Ma il bambino non rispose nulla. Restava in silenzio e guardava la madre con gli occhi di qualcuno che vede per la prima volta.
Alla fine cominciò a parlare: “Madre adorata, ve ne prego, ditemi: cos’è la Verità?”
La povera donna era buona, ma purtroppo la sua anima era ancora intrisa di errori pagani, e non seppe rispondere alla domanda. Si chinò sulla fronte del figlio, lo baciò e gli chiuse gli occhi con affetto.
“Ti amo, figlio mio, non è forse questa la sola cosa importante? Ora dormi; tuo padre ritorna dalla guerra domani e devi riposarti per accoglierlo degnamente.”

E, alzatasi, uscì dalla stanza, con l’animo pieno di angoscia.

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo III   Dim 25 Aoû 2013 - 15:50

Dialogo III - L'anima

Capitolo terzo: Dialogo sull'anima. Parte prima.

Aristotele e la sua famiglia abitavano già da qualche mese a Pella, la capitale della Macedonia. Nicomaco, suo padre, era infatti stato nominato medico personale del re di Macedonia, Aminta II. Aristotele cresceva in saggezza sotto la guida illuminata del suo precettore. Un giorno, di ritorno dalla palestra, Aristotele si sedette su una fontana della corte interna della casa paterna, e chiese al suo precettore:

Aristotele: “Maestro, grazie a quale meraviglia l’uomo è in grado di pensare, mentre gli animali non lo sono?”

Epimanos, il suo precettore, gli rispose:

Epimanos: “Chi può avere la presunzione di leggere il libro della natura ed estrapolarne i segreti degli dei? Ti dico questo, Aristotele: non sappiamo se gli animali pensino oppure no. L’uomo pensa, questo è certo. Ma gli animali? Ci troviamo forse nella loro mente?”

Aristotele: “Non siete d’accordo, nobile maestro, che l’uomo è incessantemente in cerca di novità?”

Epimanos: “Sì, certo, è raro vedere l’uomo star fermo e accontentarsi di ciò che possiede e di ciò che sa.”

Aristotele: “Purtroppo sì, è davvero raro, e spesso mi dico che l’uomo farebbe meglio a essere felice nella vita semplice degli antichi. Resta il fatto che tale ricerca incessante si riscontra senza sosta nell’uomo. Ma dimmi, nobile Epimanos, questa ricerca dell’uomo non è forse la prova più evidente della sua intelligenza?”

Epimanos: “Ho capito che vuoi dire: se l’uomo non cercasse senza sosta, allora questo significherebbe che si accontenta di ciò che ha ricevuto, che non innova, che neanche pensa. Di fatto, solo questa curiosità dell’uomo ci garantisce l’esistenza della sua mente.”

Aristotele: “In effetti era proprio quello che volevo dire. Vedo che non ho niente da insegnarti. Ma andiamo ancora un poco avanti. Possiedi un bel cane, vero? Un levriero?”

Epimanos: “Sì, un regalo del nostro re per il mio comportamento al suo fianco durante l’ultima guerra contro gli invasori celti. Gli sono molto affezionato.”

Aristotele: “Ti capisco. Quando addestri il tuo cane, come fai?”

Epimanos: “È molto semplice: gli ordino di far qualcosa, e quando la fa correttamente gli do una ricompensa. Se invece la fa male lo punisco in modo leggero.”

Aristotele: “Perfetto! Una volta addestrato, farà sempre bene ciò che gli hai insegnato a fare, vero? Ha capito che se non fa quello che gli chiedi non otterrà alcuna ricompensa.”

Epimanos: “Effettivamente è così. Ma non capisco dove vuoi arrivare.”

Aristotele: “A questo, maestro: quel cane così nobile e così ben addestrato fa quello che fa solo in virtù di ciò che gli hai insegnato. Non lo fa di sua iniziativa e una volta addestrato non è più in grado di cambiare. Non siete d’accordo?”

Epimanos: “È vero che per farlo cambiare bisognerebbe addestrarlo di nuovo e punirlo quando prima era premiato. E il poveretto diventerebbe pazzo. Sarebbe scandaloso.”

Aristotele: “Sì. Ma non abbiamo forse detto un attimo fa che era la curiosità dell’uomo e la sua capacità di inventare cose nuove che dimostravano che l’uomo avesse una mente?”

Epimanos: “L’abbiamo detto, in effetti. E se riesco a seguirti, ciò vuol dire che gli animali, come il mio cane, che non possono cambiare il loro comportamento da soli, non hanno la stessa mente degli uomini.”

Aristotele: “Esattamente! È dunque stabilito che esiste una differenza tra l’uomo e gli animali. Ma quale? La conosci?”

Epimanos: “No, la ignoro. Vuoi che cerchiamo insieme una risposta a ciò?”

Aristotele: “Con gioia! Ma non adesso, poiché vedo mio padre che torna dalla corte del re, e ho fretta di sapere le notizie di palazzo. Stammi bene!”

Epimanos: “Anche tu, brillante discepolo!”

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo IV   Dim 25 Aoû 2013 - 15:52

Dialogo IV - L'avvenire dell'anima

Capitolo quarto: Dialogo sull'anima. Parte seconda.

Scendeva la sera sulla città di Pella. Si sentivano solo i sussurri delle donne che, presso ai templi pagani, invocavano i falsi dei per la salute del re. Quest’ultimo, infatti, era morente. Nicomaco, il padre di Aristotele, era al suo capezzale per tentare di ritardare e alleggerire il peso del termine fatale.
Aristotele, che aveva ora quattordici anni, girovagava per le vie della città, senza vedere né sentire quello che accadeva intorno a lui. Che cosa ne sarebbe stato di suo padre se il re fosse morto? Certo, non sarebbe stato ritenuto responsabile, ma chi può sapere cosa i cortigiani malintenzionati potevano inventarsi, e quali vendette potevano essere messe in atto in quei momenti di interregno?
Si fermò vicino al tempio di Proserpina. Non credeva di certo al potere di quegli dei, che non gli sembravano altro che dei pupazzi inanimati, ma vi era una sorta di segreta maestà in quell’invocazione della dea dei morti in un momento simile.
Sentì una mano posarsi sulla sua spalla. Era Epimanos.

Epimanos: “Preghi per il re, Aristotele?”

Aristotele: “Pregare? Chi dovrei pregare? E cosa devo chiedere?”

Epimanos: “Che cosa vuoi chiedere? Che resti in vita è ovvio! E se non credi in questa dea, credi almeno in una forza superiore che governa la nostra vita?”

Aristotele: “Che resti in vita? Morirà, lo sai bene quanto me. Le nostre preghiere non potranno restituirgli la giovinezza né la salute. Ha vissuto a lungo, ed è tempo che parta. No, se pregherò, non sarà perché lui viva.”

Epimanos: “E per cosa, allora?”

Aristotele: “Che cosa c’è dopo la vita, Epimanos? Quell’anima unica che l’uomo possiede e che ci distingue dagli animali sopravvive a questa vita?”

Epimanos: “Non lo so Aristotele. La mia scienza si concentra sulla vita e non sulla morte. Posso dirti come viver bene, com’essere felice e conoscere gli esseri nella vita di tutti i giorni, ma non so dirti quello che c’è dopo la morte.”

Aristotele: “Puoi dirmi come vivere bene? Esaminiamo questo. Non sei d’accordo che per compiere un atto intelligente bisogna prevederne le conseguenze?”

Epimanos: “Sì, certo, così si evita di fare errori, di agire male o di giudicare male le situazioni. È importante prevedere.”

Aristotele: “Sì, è quello che mi hai insegnato fin dalla mia più giovane età. Ma se ti va, facciamo un esempio: immaginiamo che tu voglia sposarti. Sei d’accordo che si tratta di un impegno definitivo, e che dovrai scegliere con cura?”

Epimanos: “Certo! Le nostre leggi non prevedono il divorzio, quindi credo che colui che intende sposarsi debba regolare tutti i suoi atti perché tale matrimonio sia felice, sennò sarebbe una vera e propria pazzia!”

Aristotele: “Quindi pensi, come me, che questo matrimonio si debba organizzare ancor prima di prendere l’impegno solenne: bisogna tentare di correggere i propri difetti, di rendersi piacevoli e buoni, affinché tutto vada per il meglio il giorno delle nozze.”

Epimanos: “Se tutti seguissero questi consigli ci sarebbero più matrimoni felici, ma penso comunque che sia quello che bisogna fare.”

Aristotele: “Sono contento che ci troviamo d’accordo. Dunque per vivere bene bisogna sapere quello che c’è dopo la morte.”

Epimanos: “Eh?! Qui non ti seguo più. Che vuoi dire?”

Aristotele: “È semplice: esattamente come il matrimonio, la morte è un evento definitivo. Bisogna dunque prepararvisi con cura. Se c’è una vita dopo la morte, allora la vita che conduciamo prima della morte deve essere consacrata alla preparazione della vita dopo la morte. Esattamente come la nostra vita prima del matrimonio deve essere consacrata alla preparazione della nostra vita dopo il matrimonio.”

Epimanos: “Ho capito dove vuoi arrivare. Per te la morte non è altro che un passaggio che conduce a un’altra vita?”

Aristotele: “Sì, e la nostra vita presente deve essere consacrata alla preparazione di quella vita futura.”

Epimanos: “Ma perché allora quella vita futura sarebbe più importante di quella presente? E come puoi essere sicuro della sua esistenza?”

Aristotele: “Ti ricordi della nostra discussione sulla differenza fra gli animali e gli uomini?”

Epimanos: “Sì, me ne ricordo benissimo. Dicevi che c’era una differenza tra i due, che l’uomo era intelligente mentre la bestia non cercava nulla di nuovo.”

Aristotele: “Sì. Ma come fa l’uomo a cercare la novità, come fa per creare in se stesso e intorno a lui questa novità?”

Epimanos: “Ebbene, se considero la mia esperienza, direi che ho delle idee che mi vengono, e che sembra non vengano a nessun altro che non sia io, e che rifletto su queste idee.”

Aristotele: “Sono giunto alla stessa conclusione. Quello che mi ha colpito è che tutto ciò non venisse da ciò che mi circonda, ma da me stesso, dalla mia interiorità. Sembrava…”

Epimanos: “Immateriale, vero?”

Aristotele: “Sì, immateriale. Non era la conseguenza di un’impressione sensibile ma di un’impressione immateriale, spirituale.”

Epimanos: “Capisco. Ma quali conclusioni si possono trarre? È evidente che queste impressioni vengono dalla nostra anima.”

Aristotele: “Sì, ma ciò vuol dire che la nostra anima è immateriale, poiché l’immateriale non può venire dal materiale. Nessuno può dare ciò che non ha. Non sei d’accordo?”

Epimanos: “Sì, detto in questo modo è comprensibile. Ma dove vuoi arrivare?”

Aristotele: “Mio padre è medico, Epimanos, e mi ha più volte descritto la morte: la materia si imputridisce, si disintegra sotto l’effetto del tempo. Guarda intorno a te: la morte è sempre contraddistinta dalla distruzione della materia.”

Epimanos: “Sì, tutto passa in questo mondo, e quello che gli antichi hanno costruito è già quasi tutto scomparso.”

Aristotele: “Ma se prendi qualcosa che non è composto di materia, esso scomparirà?”

Epimanos: “Non mi pare: se non è composto di materia non può disintegrarsi. Non morirà. Così il pensiero di un uomo come Pitagora sarà eterno e sarà ancora vivo tra più di mille anni.”

Aristotele: “Pensi dunque che le cose immateriali non possano morire?”

Epimanos: “Con tutto quello che abbiamo detto fin qui, credo sia una cosa stabilita.”

Aristotele: “Allora anche la nostra anima, che è immateriale, deve essere immortale. Quando moriamo il nostro corpo scompare, ma la nostra anima resta. Ed è precisamente questa vita dell’anima ad essere la vita futura. È questa vita che la nostra vita presente, nel nostro corpo, deve preparare.”

Epimanos: “Il re che sta per morire vivrà dunque ancora?”

Aristotele: “Sì, e questa sera pregherò perché questa vita della sua anima sia felice.”

Epimanos: “Allora pregheremo insieme.”

Dette queste parole i due amici si separarono: Epimanos entrò nel tempio di Proserpina, mentre Aristotele si diresse verso l’uscita della città per fare una passeggiata in campagna.

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo V   Dim 25 Aoû 2013 - 16:00

Dialogo V - I giorni erranti

Capitolo quinto

Quando Aristotele raggiunse l’età di quindici anni, perse sia il padre che la madre, e fu affidato alla tutela di un parente prossimo, Prosseno, che viveva in una regione remota tra Stagira e Atene. Il giovane orfano era educato al duro lavoro della terra. Questa condizione non lo soddisfaceva affatto, persuaso com’era che la sua mente fosse più abile delle sua mani. Incontrava spesso umili contadini, coi quali lavorava Prosseno. Ammirava, certo, il loro amore per la vita semplice, lontano dai sontuosi fasti e dal lusso che, lo presentiva, conducevano di sicuro al vizio. Tuttavia Aristotele non mancava di stupirsi delle loro usanze.

Un giorno, vide uno di essi che si dedicava alla preghiera. Aristotele si ricordò allora della sua ultima conversazione con Epimanos e volle cogliere il contadino in fallo.

Aristotele: “A chi rivolgete le vostre preghiere, buon uomo?”

Il contadino: “Beh, agli dei, mio giovane amico.”

Aristotele: “Agli dei? Ma chi sono?”

Il contadino: “Sono Afrodite, Apollo, Ares, Artemide, Atena, Demetra, Dioniso, Ade, Era, Ermes, Efesto, Poseidone e il più grande di tutti, Zeus. Hanno tutti dimora nell’Olimpo.”

Aristotele: “L’Olimpo? Dov’è?”

Il contadino: “È una città meravigliosa, arroccata sulla cima di un monte che mai nessuno è riuscito a conquistare. Hai presente il monte Athos? Ecco, l’Olimpo è cento o mille volte più alto, una roba del genere.”

Aristotele: “Ma neanche voi avete mai provato a scalare quella montagna? Non siete curioso di vedere coi vostri stessi occhi le divinità che pregate ogni giorno?”

Il contadino: “Oh no, figliolo. Non sono che un umile contadino. Il mio posto è qui, non sull’Olimpo.”

Aristotele: “Ma allora come potete credere nell’esistenza di questi dei, se non l’avete constatata voi stesso?”

Il contadino: “Perché mi è stato insegnato che esistevano, e che dovevo pregarli perché il mio raccolto fosse migliore e le mie mucche diventassero grasse.”

Aristotele: “Ecco una cosa ben strana: non pregate per amore del divino ma per appetito terrestre. Io penso, dal canto mio, che è irrazionale cercare il materiale nello spirituale. Ma per la verità, non è la sola cosa che trovo irrazionale in quello che mi dite.”

Il contadino: “Che cosa mi vuoi rimproverare ancora?”

Aristotele: “Ebbene, c’è una cosa che non capisco: a che serve allora pregare diversi dei?”

Il contadino: “Come ti ho già detto, è quello che mi è stato insegnato, che erano diversi, ed è così dalla notte dei tempi.”

Aristotele: “Ecco una cosa inutilmente complicata. Invece di diverse divinità, non sarebbe più pratico invocarne una sola?”

Il contadino: “Cominci a infastidirmi, giovane viaggiatore. Ti faccio forse domande, io? Ti chiedo se indossi calzoni o brache? Ora lasciami alla mie meditazioni.”

Aristotele: “No, no, non lo farò. Devi prima ammettere, buon uomo, che pregare un solo dio sarebbe più logico. Che cosa ci si deve aspettare da un dio, se non che sia onnipotente e onnisciente, che sia uno? Render grazie a diversi dei è come frammentare in tante parti il potere che uno solo potrebbe riunire in lui. Credo che in ogni cosa l’unità sia da preferirsi alla divisione.”

Il contadino: “Forse.”

Aristotele: “No, di sicuro. Il divino è un Tutto unico e il divino è la perfezione, quindi la perfezione è unità. L’unità è la forma ideale delle cose.”

Il contadino: “Mmm sì. Ma io, giovanotto, sono troppo stupido per capire quello che dici. Sono ben lontano dall’essere acculturato. Se ti do un consiglio mi lascerai in pace?”

Aristotele: “Sì, mi sta bene.”

Il contadino: “Prendi la strada per Atene, se Prosseno te lo permette, e lì troverai un professore che saprà ascoltarti. Si chiama Platone.”

Aristotele: “Grazie, buon uomo.”

E Prosseno mandò Aristotele, una volta che ebbe compiuto diciotto anni, ad Atene, felicissimo che quel mediocre contadino lo lasciasse.

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo VI   Dim 25 Aoû 2013 - 16:03

Dialogo VI - Il maestro

Capitolo sesto

Aristotele, dopo giorni di viaggio estenuante, fece infine il suo ingresso nella città di Atene. Quello che vide lo lasciò senza fiato. La città era meravigliosa, e l’architettura di una superba purezza. I colonnati si distribuivano in un’armonia che catturava l’animo. A ogni angolo di strada, i mercati brulicanti di gente attestavano la formidabile attività commerciale che regnava in quei luoghi. Vi era una moltitudine di giardini dove si potevano vedere piccoli gruppi di filosofi che si abbandonavano piacevolmente ai sofismi tra le piante lussureggianti, le fontane dall’ineffabile fascino e le rocce millenarie. Un magnifico tempio, arroccato su un altopiano, dominava la città.

Aristotele era molto impressionato, ma finì col trovare l’accademia, dove insegnava l’illustre Platone. Era costernato dalla magnificenza del luogo ed errava come un allucinato negli immensi corridoi in marmo dell’edificio. I suoi passi lo condussero a una grande porta , sulla quale vi era scritta l’indicazione: “corsi del secondo ciclo”. Aristotele non aveva mai visto nulla di simile e si chiedeva cosa volesse dire quella misteriosa formula, ma si decise a entrare, per chiedere indicazioni. L’accoglienza fu molto sgradevole. Delle vecchie antipatiche dissero a Aristotele, con un sibilo, che “il professor Platone doveva far lezione al terzo anno, a destra in fondo al corridoio, poi a sinistra, poi due volte a destra, poi a sinistra, poi dritto, poi su per la scala B.” Alla fine una di loro fece capire ad Aristotele, con uno sguardo cupo, che doveva lasciare subito quel luogo.

Dopo lunghe peregrinazioni e sguardi di disprezzo dei discepoli a cui chiedeva indicazioni, Aristotele giunse infine in un grande anfiteatro, in cui fece un ingresso notato dal professore.

Platone: “Come ti chiami, figliolo?”

Aristotele: “Aristotele.”

Platone: “Benissimo. Aristotele, sappi che non accetto nessuno nel mio corso se prima non l’ho testato.”

Aristotele: “Sono pronto.”

Platone: “Bene. Aristotele, se ti ammetto nel mio corso, ti insegnerò i rudimenti della logica, e anche di più se la tua intelligenza te lo permette. Ma prima devi saperti distaccare da ciò che ritieni certo. Un buon filosofo si fida solo della sua ragione e deve essere in grado di smontare i ragionamenti perversi dei sofisti per avere una conoscenza perfetta delle cose di questo mondo. Ascolta bene: si deve ammettere che nessun gatto ha otto code, tuttavia un gatto ha una coda in più di nessun gatto. Quindi, un gatto deve avere nove code.”

Aristotele ascoltava attentamente.

Platone: “Allora, puoi dimostrarmi l’assurdità di questo sofisma?”

Aristotele rifletté un attimo, poi enunciò quanto segue…

Aristotele: “Ebbene, continuiamo il ragionamento. Un gatto deve quindi avere nove code, quindi un gatto ha nove code in più di nessun gatto. E siccome nessun gatto ha otto code, un gatto deve averne diciassette…”

Platone: “Molto bene.”

Aristotele: “Se ritorniamo all’inizio del ragionamento, si giunge a una contraddizione. L’enunciato a cui si arriva in conclusione non può dunque che essere falso.”

Platone: “Ammirevole, figliolo. Vedo che non è necessario insegnarti l’arte del sillogismo, essa è innata in te.”

E Aristotele fu felice di aver compiaciuto il suo nuovo professore.

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo VII   Dim 25 Aoû 2013 - 16:04

Dialogo VII - La rottura

Capitolo settimo

Aristotele seguiva avidamente gli insegnamenti di Platone. Ciò che il maestro diceva, l’alunno lo assimilava come verità inalterabile. Le grandi capacità di Aristotele lo avevano reso il discepolo preferito di Platone, e quando il maestro enunciava un principio, l’alunno trovava sempre il modo di confermarne l’esattezza, tramite riflessioni o esempi ben trovati.

Ma un bel giorno, il maestro e l’alunno ebbero il loro primo dissenso, quando Platone affermò la seguente cosa.

Platone: “Quindi, le idee sono una creazione astratta del nostro intelletto. Hanno un’esistenza a loro propria.”

Aristotele: “Volete dire, maestro, che non esistono tante cose quante idee?”

Platone: “Sì, è proprio quello che voglio dire, brillante discepolo.”

Aristotele: “Ma così dicendo, pretendete che esistano cose senza che un’idea vi sia associata, e viceversa.”

Platone: “Effettivamente, l’idea è il prodotto della coscienza, e la cosa quella del reale. Sono due oggetti che è necessario distinguere.”

Aristotele: “Ecco un’affermazione ben strana, maestro, quella di volere così separare ciò che è indubbiamente legato.”

Platone: “Che vuoi dire?”

Aristotele: “Ebbene, che un’idea non può esistere senza la cosa alla quale si riferisce.”

Platone: “Ma che cosa ne fai dell’astrazione, Aristotele?”

Aristotele: “L’astrazione è un’illusione, caro maestro. L’idea viene alla mente solo finché la cosa esiste. Facciamo parte di un tutto, e se un elemento diventa intelligibile, è proprio perché esiste.”

Platone: “Ma con tale affermazione, neghi il potere creatore della mente.”

Aristotele: “La mente non fa altro che osservare e constatare. Le idee rappresentano solo la facoltà dell’uomo di vedere ciò che lo circonda. Non fanno altro che rendere intelligibile l’essenza delle cose. E, per estensione, le cose che sono intelligibili all’uomo non sono che una copia delle idee che si è fatto. Non esiste nulla al di fuori dell’intelligibilità.”

A partire da quel momento, si compì la rottura tra il maestro e il discepolo. Aristotele, mantenendo comunque il rispetto nei confronti di Platone, che conservò intatto fino alla sua morte, prese la decisione di separarsi dal suo professore, e lasciò Atene.

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo VIII   Dim 25 Aoû 2013 - 16:06

Dialogo VIII - L'unità di Dio

Capitolo ottavo

Aristotele, che si sentiva di essere in età di maturità filosofica, ed emancipato dalla tutela del suo maestro, decise che era giunto il tempo per lui di fondare la sua scuola. Sapeva che Ermia, suo amico di lunga data e signore di Atarneo, aveva riunito ad Asso, sulla costa della Troade, un piccolo cenacolo di vecchi allievi dell’accademia di Atene. Aristotele decise dunque di incaricarsi di questo insegnamento e fondò così la sua prima scuola.

L’accademia di Aristotele ebbe grande successo. Allievi da tutta la Grecia accorrevano per godere dei lumi del maestro. Un bel giorno di primavera, un discepolo promettente andò a trovare Aristotele.

Il discepolo: “Maestro, ho riflettuto, tanto da non poter dormire, e c’è sempre una domanda che tormenta il mio giovane spirito."

Aristotele: “Ti ascolto. Dimmi ciò che ti angustia.”

Il discepolo: “Bene maestro, voi ci insegnate che l’universo è dinamico, voi ci insegnate che se l’essenza è statica, la forma è dinamica come un’onda sulla superficie dell’acqua."

Aristotele: “Sì, è vero”

Il discepolo: “Ma maestro, secondo questo principio, a ogni azione corrisponde una forza, come dite voi stesso, e quindi ad ogni effetto corrisponde una causa.”

Aristotele: “Certamente.”

Il discepolo: “Allora, maestro, se io risalgo all’ordine degli effetti e delle cause, non dovrei giungere che a una sola causa per tutti gli effetti. Ora, con rispetto parlando, è noto che gli dei sono molteplici. Così, secondo il vostro teorema, il mondo non dovrebbe essere che caos, poiché dall’origine, le cause sono multiple e non si accordano secondo un'unica volontà. A meno che non si postuli che tutti gli dei non sono che l’effetto di uno solo, potente sopra tutti. Potete spiegarmi?"

Aristotele: “Ma, caro discepolo, la soluzione si trova nell’enunciazione del problema. Ragiona un poco, amico mio. Attieniti ai principi della dialettica e del sillogismo. Nella tua esposizione c’è qualcosa di esogeno e parassitario, in ciò che tu definisci sapere comune. Come ti ho già detto noi siamo dei filosofi e non si può raggiungere la verità se non con l’azione della nostra mente che giudica la sostanza, non prendendo qualunque postulato per oro colato."

Il discepolo: "Che volete dire maestro?"

Aristotele: “Voglio dire che se tu risali all’ordine delle cause e degli effetti, troverai la causa finale, l’intelligibilità pura, come hai detto. Così, se è noto che gli dei sono molteplici, non è neppure meno falso, poiché questa affermazione non regge di fronte l’esame logico della proposizione.”

Il discepolo: "Potete essere più chiaro maestro?"

Aristotele: “Certo che posso, grazie a un puerile sillogismo: una causa finale è intelligenza pura, una divinità. Se risalgo all’ordine delle cause e degli effetti, non trovo che una sola causa finale. Dunque Dio è unico."

Il discepolo: "Mah non so!"

Aristotele: "Non ti permetto di dirlo, caro discepolo. Di Dio ce n’è uno solo, il motore immobile del mondo, la volontà perfetta sorgente di ogni sostanza, di ogni movimento. Dio è la finalità cosmica dell’universo."

E il discepolo ritornò in casa, soddisfatto della risposta del suo maestro…

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo IX   Dim 25 Aoû 2013 - 16:07

Dialogo IX - La natura degli astri

Capitolo nono

In un giorno senza nuvole Aristotele aveva invitato i suoi discepoli ad ammirare la volta celeste. Tutti si meravigliarono della bellezza degli astri, brillanti come fiaccole in un cielo di inchiostro. Il maestro mostrava ai suoi allievi come le stelle avessero un movimento caratteristico. Ma alcuni cominciarono a sentire freddo e desideravano andare a riposare.

Sargas: “Maestro, non sarebbe per noi più proficuo discutere e studiare piuttosto che poltrire così qui fuori?”

Aristotele: “Quindi pensi che stiamo oziando. Non credi che le sfere celesti siano le cose più perfette che esistano?”

Sargas: “Non lo so”

Aristotele: “Dimmi, in che modo si muovono gli astri?”

Sargas: “Maestro, si muovono in cerchi, fissati su delle sfere cristalline e trasparenti.”

Aristotele: “Bene, e la Terra? Di che forma è?”

Sargas: “L’osservazione delle stelle durante un viaggio o in una barca all’orizzonte ci mostrano che è rotonda.”

Aristotele: “Quindi tu ascolti attentamente le mie lezioni. La Terra è sferica, e il cielo si compone di sfere che sorreggono gli astri. Il cerchio e i movimenti circolari sono dappertutto. Ora, quale movimento è più perfetto di quello circolare?”

Sargas: “Nessuno maestro, perché basta a se stesso e rappresenta la continuità. Il movimento circolare è il movimento perfetto per eccellenza.”

Aristotele: “Ora, un movimento perfetto non può essere prodotto che da una forza perfetta. E la sola forza perfetta è Dio! Cari discepoli, l’osservazione dei cieli ci permette di capire come siano ben disposte le sfere celesti. E questa perfezione porta il segno di Dio.”

Sargas: “Avete ragione maestro, grazie per questa lezione.”

Aristotele: “Non ringraziarmi, ringrazia gli astri! Tieni, prendi queste monete e vai a procurarci un po’ di vino presso Oinos.”

Sargas: “Corro subito, maestro.”

Sargas tornò con del vino per tutti i discepoli. Ed essi restarono ancora un momento a contemplare le stelle.

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo X   Dim 25 Aoû 2013 - 16:09

Dialogo X - La morale

Capitolo decimo

In un rigido giorno d’inverno un discepolo, che era giunto al termine del suo apprendimento, andò a trovare Aristotele, prima di lasciare il liceo.

Il discepolo: “Caro maestro, ora che sto per rimanere abbandonato a me stesso, c’è una cosa che vorrei sapere.”

Aristotele: “Ti ascolto, brillante discepolo.”

Il discepolo: “Voi mi avete magnificamente istruito nell’arte della logica e della scienza metafisica, ma non mi avete detto nulla sulla morale.”

Aristotele: “Dici il vero, amico mio. In effetti è una lacuna del mio insegnamento. Cosa vuoi sapere a riguardo?”

Il discepolo: “Credo sia importante per un uomo saper distinguere il bene dal male, per conformarsi alle regole che conducono al primo e che permettono di evitare il secondo.”

Aristotele: “Certo.”

Il discepolo: “Ciò mi porta quindi a questa semplice domanda, maestro, cosa è il bene?”

Aristotele: “È un problema insieme vasto e di una semplicità limpida come il cristallo. Il bene, nel suo principio, è la perfezione della natura dell’oggetto, della sua sostanza.”

Il discepolo: “Ma perché dunque, caro maestro?”

Aristotele: “Perché il bene ultimo risiede senza alcun dubbio nel divino. E per identificare il bene è sufficiente soffermarsi sull’analisi dell’essenza del divino. Poichè la sostanza dell’onnipotente è intelligibilità pura e perfetta, il bene non può essere che perfezione della sostanza e dunque della natura di una cosa. Capisci?”

Il discepolo: “Sì, caro maestro, capisco.”

Aristotele: “Io ti ho insegnato, caro discepolo, che la natura di una cosa risiede nella sua destinazione, poiché il movimento rivela la sostanza dell’oggetto. Sai dunque qual è la natura dell’uomo, non è vero?”

Il discepolo: “Certo maestro, la natura dell’uomo è di vivere nella comunità e questa comunità prende il nome di città.”

Aristotele: “Esatto. Il bene dell’uomo, ovvero ciò che contribuisce a realizzare la perfezione della sua natura, è dunque una vita votata ad assicurare le condizioni dell’armonia in seno alla città. Ora, il bene della città è tutto ciò che partecipa al suo equilibrio, poiché la natura della collettività è di perpetuarsi. Così dunque, lo puoi constatare tu stesso, il bene dell’uomo conduce al bene della città.”

Il discepolo: “É magnifico!”

Aristotele: "In effetti lo è. Vedi, l’uomo fa del bene solo integrandosi pienamente nella città, partecipando alla politéïa, e facendo tutto ciò che gli è possibile per mantenerne l’armonia.”

Il discepolo: “Allora, caro maestro, l’uomo che fa del bene è dunque il cittadino?”

Aristotele: “Non ho detto ciò, caro discepolo. Uno schiavo può essere un uomo buono se ha la coscienza della sua natura d’uomo e se sa accontentarsi della sua condizione, poiché così opera per il mantenimento dell’equilibrio della città. La politéïa non è che la partecipazione alle assemblee.”

Il discepolo: “Bene caro maestro, ecco delle risposte che mi soddisfano.”

Aristotele: “Ne sono felice, amico mio.”

E con ciò Aristotele non rivide mai più questo suo discepolo, che, secondo la leggenda, visse un’esistenza esemplare, ispirato dai principi della virtù.

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo XI   Dim 25 Aoû 2013 - 16:11

Dialogo XI - Il sogno

Capitolo undicesimo

Una mattina Aristotele aveva un’espressione preoccupata. Il fedele Sargas, che frequentava lil liceo da un mese, andò a incontrarlo per informarsi delle sue condizioni. Il maestro gli rispose così…

Aristotele: “Questa notte, mio caro discepolo, ho fatto un sogno.”

Sargas: “Davvero maestro? Raccontatemi.”

Aristotele: “Certo. Ho sognato che in Oriente esisteva una città meravigliosa.”

Sargas: “Che tipo di città?”

Aristotele: “Una città ideale, perfetta, dove tutti vivevano in una favolosa armonia. L’equilibrio era così solido che nulla avrebbe potuto romperlo, neppure l’arrivo di uno straniero, come lo ero io nella mia immaginazione. Io mi sono intromesso, ho introdotto i miei costumi, che adesso valuterei corrotti, ma sono stato accolto come un fratello.”

Sargas: “Maestro, quali erano i principi su cui si reggeva?”

Aristotele: “Questa città è organizzata secondo il principio di tre cerchi concentrici, o tre classi di cittadini, se preferisci.

Comincio descrivendoti ciò che costituisce la più bassa di queste classi, ovvero quella dei produttori, la classe di bronzo. Costituiscono la maggioranza e vivono tranquillamente coltivando i loro campi e allevando le loro bestie. Di ciò che producono prendono ciò che è necessario al loro sostentamento e a quello delle loro famiglie, e donano il resto alle classi superiori. Nonostante questi uomini costituiscano la base della città, la loro sorte è tuttavia invidiabile. Essi conoscono le gioie della tranquillità, di una esistenza semplice al servizio della collettività. Si dedicano all’attività fisica che esige un lavoro regolare e che mantiene bene i loro corpi, occupando il loro tempo libero contemplando la natura, educando i bambini, tenuti in alta considerazione da queste genti, e pregando, indirizzando le loro lodi a Dio che ha donato loro i piaceri di cui possono godere.

La seconda classe di cittadini, la classe d’argento, è quella delle guardie, dei soldati. Essi sono autorizzati all’ozio, approfittando in tempo di pace di un sostentamento gratuito fornitogli dai produttori. Filosofeggiano, ammirano anch’essi le bellezze della natura, apprendono, qualunque sia la loro età, si esercitano nell’uso delle armi. In tempo di guerra diventano i più fervidi difensori della città. Il loro coraggio non ha eguali ed essi daranno la loro vita, senza esitazioni, per la salvaguardia della comunità, o per difendere la loro fede, che ha per loro un altissimo valore. Al ritorno dai combattimenti sono accolti come eroi. Vengono messe sulle loro teste corone d’alloro, vengono trattati come dei principi, e favolosi festini vengono tenuti in loro onore. Sono portati in trionfo dal popolo e amati dalle donne.

La terza classe di cittadini è quella dei filosofi re, la classe d’oro. Sono i più anziani, reclutati tra le guardie migliori, tra le più atte a comandare e le più dotate in materia filosofica. Il loro unico bene è la ragione, poichè essi sono liberati dai loro possessi terreni. La fede in Dio è la loro sola arma. Si distinguono per la pratica della virtù, operata nella maniera migliore possibile. Sono un esempio per tutti e il popolo è felice di sacrificare parte dei propri possessi per assicurare la sopravvivenza dei suoi maestri. I filosofi re costituiscono il governo della città. Decidono collegialmente dei loro destini. Sono contemporaneamente i ministri del culto dell’Onnipotente e lì risiede la loro legittimità. Il loro potere viene considerato come ispirato dall’Altissimo, da qui la loro condizione di preti. Organizzano le assemblee cittadine, pianificano la produzione, esercitano la giustizia e legiferano.”

Sargas: “Mi avete descritto una città formidabile.”

Aristotele: “Certo, è vero. E dentro di me sono convinto che essa deve esistere, da qualche parte.”

Sargas: “Credete maestro? Non è un semplice sogno?”

Aristotele: “No, credo piuttosto che si tratti di una premonizione. E voglio assicurarmene da me. Ho finito il mio tempo qui e da discepolo, tu diventi maestro. Il liceo ti appartiene.”

Sargas: “Come, maestro? Ma io ho ancora molto da imparare.”

Aristotele: “Non da me, mio caro amico.”

E il maestro, sempre serio, lasciò Sargas disorientato, interessandosi ai preparativi per il suo viaggio in Oriente…

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo XII   Dim 25 Aoû 2013 - 16:13

Dialogo XII - L'eremita

Capitolo dodicesimo

Aristotele camminava in Attica poiché aveva fatto visita ad un lontano parente che viveva a Tebe. Era solo, avendo lasciato la responsabilità della sua scuola ai suoi migliori allievi. Ma ad una biforcazione, sbagliò direzione ed anziché ritornare verso la pianura e la città, si addentrò nelle colline. Al termine di due ore di marcia, si accorse del suo errore e scorse un'abitazione isolata. Decise di andare chiedere consiglio sulla strada da seguire.

Man mano che si avvicinava, si rese conto che ciò che da lontano passava per una casa non era che una brutta capanna appoggiata alle rocce, che mascherava rozzamente l'entrata di una grotta.

Bussò alla porta e chiamò, e gli vennero ad aprire. L'uomo, vecchio, era appena vestito, e soltanto di stracci. Era magro ed irsuto.

Aristotele: "Buongiorno, vecchio uomo. Mi sono perso e cerco il cammino di Megara."

Eremita: "E’ se ci vai, che sarai perduto."

Aristotele: "Non ricordo affatto che la città o le strade nei dintorni siano popolate di briganti."

Eremita: "Chi dunque ha parlato di briganti? Sono popolate di umani. È già abbastanza pericoloso.”

Aristotele comprese allora che aveva a che fare con un eremita.

Aristotele: "Dimmi, sei felice?"

Eremita: "Se sono felice? Eccome! Ho tutto ciò che mi occorre: l'acqua del fiume, gli ulivi, un piccolo giardino. E poiché non sono maldestro, con le mie mani fabbrico ciò di cui ho bisogno. Non ho bisogno di nulla, né di nessuno. Sono perfettamente felice."

Aristotele: "Un uomo non può accontentarsi di tale vita. O non è pienamente uomo."

Eremita: "Sciocchezze! Sono il migliore degli uomini."

Aristotele: "Come lo sai, tu che non conosci gli altri? Essere un umano, è vivere secondo la virtù. E la virtù è una pratica che si può esprimere soltanto con gli altri. Vivi bene certamente, ma tu non pratichi alcuna virtù poiché non c'è nessuno con cui tu possa praticarla. Vivi come un orso, indipendente. Ma si è visto un orso dare prova di virtù? Non sei un uomo felice poiché non sei neppure umano. Un umano ha amici, dove sono i tuoi?"

Eremita: “I miei amici sono la natura, i miei ulivi, le mie verdure."

Aristotele: "Una vera amicizia è realizzata tra eguali. Sei dunque l'eguale di un ulivo: piantato ed immobile. Sopravvivi a margine della città anziché parteciparvi come fanno tutti i veri umani. Ti lascerò dunque mettere radici, addio!"

Ed Aristotele riprese la sua strada, scendendo verso Megara.

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo XIII   Dim 25 Aoû 2013 - 16:15

Dialogo XIII - Il ricevimento da Polifilo

Capitolo tredicesimo

Aristotele era stato invitato ad un ricevimento presso un ricco commerciante ateniese che esercitava anche le funzioni di arconte. Si chiamava Polifilo. Era un uomo ricco e potente, appassionato dalla filosofia. Veniva spesso ad ascoltare Aristotele, tanto spesso quanto i suoi incarichi ed il suo status gli permettevano. La sua casa era piena da scoppiare, e le tavole abbondavano di vettovaglie.

Aristotele teneva una coppa di vino che aveva appena riempito dal cratere. Prese una foglia di vite farcita quando Polifilo si avvicinò a lui.

Polifilo: Aristotele caro maestro. Come trovate questo ricevimento?

Aristotele: Riconosco che preferisco compagnie più ristrette, non ci si capisce qui. Ma la vostra casa è splendida ed il banchetto è degno dei più grandi re.

Polifilo: Grazie per questi complimenti. Ma nulla è troppo bello per i miei amici e amo averli tutti attorno a me.

Aristotele: Tutta questa gente qui, è dunque vostra amica?

Polifilo: Naturalmente. Nessuno entra qui se non è mio amico.

Aristotele: Vedo tuttavia gente di ogni estrazione sociale e che occupa diverse funzioni per la città.

Polifilo: Ed allora? Non sono altezzoso. Lo lascio ai nuovi ricchi.

Aristotele: Certamente, è tutto a vostro onore. Ma non può trattarsi d'amicizia vera. Un vero amico è un eguale poiché l'amicizia deve essere perfettamente reciproca ed equa. Se non lo è, non è più amicizia ma interesse. Un re si non può aspettare nulla da un mendicante, quest'ultimo è incapace di aiutarlo in caso di bisogno, ma la mutua assistenza è la base dell'amicizia. Dunque non c'è amicizia possibile tra persone troppo diseguali.

Il giovane figlio di Polifilo si era avvicinato.

Eumónos: Lo ripeto incessantemente a mio padre. Questa gente non è sua amica e deve prenderne le distanze.

Aristotele: Sarebbe cadere nell'eccesso inverso, giovane uomo. L'amicizia è il più grande bene dell'uomo. Stringe i legami delle comunità. E le comunità formano a loro volta la Città. L'amicizia permette le relazioni sociali e l’uomo può allora prendere parte agli affari della Città. E poiché la virtù cardinale dell'uomo è la partecipazione alla città, l'amicizia è una cosa essenziale.

Eumónos: Ma come trovare un perfetto eguale?

Aristotele: Non è necessario. Occorre soprattutto che l’interesse non sia troppo favorevole ad uno degli amici pretesi. Il giusto equilibrio, quello della virtù, è di saper circondarsi di amici veri, di gente che può contare su voi e su cui potete contare.

Polifilo ed Eumónos mossero la testa per esprimere il loro accordo. Aristotele si allontanò da alcuni passi prima di girarsi.

Aristotele: Queste foglie di vite sono deliziose, deliziose quanto il consiglio di un amico, non trovate?

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MessageSujet: Libro II - La vita di Aristotele - Capitolo XIV   Dim 25 Aoû 2013 - 16:17

Dialogo XIV - Il giovane filosofo

Capitolo quattordicesimo

Aristotele era al crepuscolo della vita. La sua reputazione superava largamente i mari che delimitano l’Ellade. Ma il vecchio maestro amava sempre più camminare nelle campagne attorno ad Atene. Un giorno mentre passava la porta occidentale, osservò un gruppo di giovani seduti in un giardino. Uno di loro stava sotto un ulivo, sembrava condurre la discussione. Se la vecchiaia aveva indebolito il corpo di Aristotele, la sua mente e la sua curiosità erano ancora affilate come la lama di un coltello scita. Si avvicinò al gruppo. Si accorse allora che parlavano di filosofia.

Un giovane: O Epicuro, parliamo degli Dei.

Epicuro: Cos’è un Dio, se non un essere perfetto, e dunque un essere perfettamente felice. E se sono perfetti, sono incorruttibili, dunque la loro felicità è eterna. Quindi perché gli dei si occuperebbero di noi? Dobbiamo disinteressarci degli Dei poiché non abbiamo in cambio alcun interesse per i nostri piccoli affari.

Aristotele: Quali sciocchezze!

Mentre tutti si giravano per vedere chi avesse pronunciato queste parole, Aristotele si avvicinò, valutò una pietra e si sedette.

Epicuro: Non sei d'accordo con ciò che ho appena detto?

Aristotele: Come lo potrei, poiché è falso? Dici che gli Dei sono perfetti, non è vero? Ma rifletti su ciò che è la perfezione. La perfezione non è soltanto fisica, è anche morale. Un Dio deve inevitabilmente essere perfettamente morale, dunque virtuoso, dunque buono.

Epicuro: Ma che importa che sia buono. È così tanto perfetto che non si occupa di noi.

Aristotele: All'opposto, la sua perfezione lo costringe a preoccuparsi di tutto, senza ciò, gli mancherebbe qualcosa e sarebbe imperfetto. E poi, tu parli degli Dei, ne esiste tuttavia uno solo. Come potrebbe un essere perfetto esistere accanto ad un altro? Inoltre se è perfetto, è unico poiché ogni perfezione estranea alla sua può soltanto essergli sottratta.

Epicuro: L'unità non può generare la molteplicità. Se il tuo essere perfetto esiste, niente può esistergli accanto.

Aristotele: L'argomentazione è bella, ma è inutile poiché ovviamente esistiamo, ed ovviamente Dio esiste. Direi anche di più, la nostra esistenza implica quella di Dio. Qualsiasi effetto ha una causa. L'esistenza stessa deve avere una causa, che ne ha una... Se si vuole evitare la regressione all'infinito, occorre sollecitare una causa prima. Ora che altro può essere questa causa prima se non un essere talmente perfetto che non può avere né inizio né fine? Questa causa prima è la fonte di tutte le cause. Questa discussione, peraltro, ha molte cause.

Epicuro: Tu m’intrighi...

Aristotele: Allora sei meno limitato di quanto pensassi. Ascolta bene le altre cause della nostra discussione. La causa materiale, sei tu, poiché sei là e le tue opinioni hanno causato questa discussione. Sei la materia prima. La causa efficiente, sono io, poiché sono io che infondo in te un po'di saggezza. Sono l'artista. La causa formale, è la dialettica, che devi ancora apprendere come controllare. È la tecnica dell'arte. E la causa finale, è la verità che si stabilisce nella tua anima. È l'opera terminata.

Aristotele si alzò mentre il giovane filosofo non trovava nulla da rispondere. Spolverò il suo chitone e partì senza una parola. Arrivato ad una certa distanza, alzò gli occhi verso il cielo e pronunciò queste parole:

Questo giovane uomo andrà lontano. Le sue idee rischiano di propagarsi rapidamente. Speriamo che altri verranno a proseguire la mia opera e cacceranno questo tipo di pensieri.

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MessageSujet: Re: Libro delle Virtù - Libro II - La vita di Aristotele - Parte I   Mar 27 Aoû 2013 - 0:52

Citation :
Tomo II- Panegirico

Panegirico I.- Sull'anima
Panegirico II- Su ciò che è in quanto è
Panegirico III.- La copia delle idee.
Panegirico IV.- L'essenza delle cose.


Tomo III- Resoconto di Collagene da Megara

Capitolo I
Capitolo II-La grande biblioteca d'Angora
Capitolo III-La Tribú di Habram


Tomo IV- L'Assedio di Aornos

Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI

Gli ultimi giorni del Profeta


Tomo V- Gli insegnamenti

I nuovi Logia di Aristotele
Quasi tutto il dogmo si trova nella biblioteca di Roma.

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MessageSujet: Re: Libro delle Virtù - Libro II - La vita di Aristotele - Parte I   

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Libro delle Virtù - Libro II - La vita di Aristotele - Parte I
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